Kendo nelle Marche

Sognatore verso modernista: è questo il dilemma? – 2° parte

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Pubblichiamo oggi la seconda ed ultima parte dell’articolo scritto da Luigi Rigolio.

La prima parte disponibile qui.

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Sognatore verso modernista: è questo il dilemma?

Appunti sul senso delle organizzazioni nel mondo del Budo.

 

Sommario

 

La scelta

Se nel dojo si riuniscono uomini per praticare una disciplina, è sicuro che nel dojo troveremo l’intero l’universo dei demoni che popolano il mondo. Ci troviamo quindi di fronte ad un bivio: abbracciare l’eremitaggio (magari nella versione “mentale”) oppure affrontare le questioni organizzative, con tutte le difficoltà annesse. 

Per quanto i demoni che guidano il comportamento umano producano effetti deleteri, dolorosi ed incomprensibili, il dojo è il posto giusto per affrontarli e, con un po’ di coraggio e fortuna, fare i conti con noi stessi.

Se rinunciamo all’idea di dojo “pacificato”, ove c’è cittadinanza solamente per nobili sentimenti e puro amore per la pratica, ma, studiando in profondità gli antichi testi, accetteremo l’idea che il dojo funzioni come una sorta di laboratorio ove, “in sicurezza” (ovvero senza fare danni importanti, come succede quando sbagliamo nel lavoro o negli affetti) , possiamo vedere le nostre profondità e le nostre miserie.

“L’errore è l’oro nel giardino dei praticanti”

Dobbiamo partire da due ammissioni: da una parte il lavoro organizzativo ricorda la fatica di Sisifo, il mitologico personaggio costretto ad una missione senza speranza di riuscita, dall’altra il dojo non è un semplice atelier destinato alla produzione artistica, riservato a persone che desiderano astrarsi dal mondo per perseguire un cammino spirituale “in privato”.

Impegnarsi per praticare e preservare la disciplina oggetto di studio è coniugabile con la possibilità di analizzare e affrontare le problematiche organizzative che nascono e si sviluppano nel dojo, arricchendoci di conoscenze ed esperienze utili per la vita reale (!?), quella ove dobbiamo guadagnarci la pagnotta.

credits - LMHarstad

credits – LMHarstad

La vita associativa, un’opportunità formidabile per imparare

Il mio percorso “istituzionale” nel Budo mi ha portato ad essere istruttore a 24 anni, nel consiglio dell’AIK (Assiociazione Italiana Kendo) a 25, Presidente della CIK a 28. Non ero un’eccezione, visto che collaboravo, negoziavo, polemizzavo ferocemente con persone della mia generazione!!! Adesso può sembrare incredibile ma, allora, la maggior parte delle posizioni di responsabilità erano occupate da giovani!!!

Comparando la mia esperienza di “agonista” con quella “politico-organizzativa” devo dire di aver imparato nella proporzione di uno a cento. Per quanto intensa, coinvolgente e profonda possa essere un’esperienza di shiai nel contesto di una gara (comprendendo la preparazione e il contorno), ho l’impressione che l’esperienza “politica”, che ha compreso la costruzione dell’Associazione Kenzan, abbia fornito un maggior spettro di occasioni formative, di chance per sbagliare in molti modi.

Quello che abbiamo fatto e che continuiamo a fare è, nei fatti, un tentativo di sviluppare le nostre discipline tramite le organizzazioni.

In passato avremmo potuto fare meglio, forse avremmo potuto fare peggio. Credo sia più economico guardare avanti piuttosto che ripiegare su antichi ricordi (e di riaprire antiche ferite), a meno che la cosa non sia utile per ragionare sul futuro.

Oggi siamo arrivati ad una situazione che 30 anni fa non osavamo neppure immaginare, per cui è legittimo guardare al bicchiere mezzo pieno, farci qualche complimento, annotando però che qualcosa si è perso per strada.

Non mi riferisco tanto allo spegnersi della dialettica politica dei tempi della guerra tra federazioni, per alcuni (con ragione) portatrice di valori e di motivazioni, per altri (con altrettante ragioni) inutile ostacolo alla vita della CIK.

Mi riferisco soprattutto alla constatazione delle minori possibilità per i più giovani di sperimentarsi nella vita politico-organizzativa, sia a livello locale sia a livello nazionale. Il “Dan” infatti risulta essere una fonte di autorità che travalica il piano tecnico finendo per consegnare le nostre Associazioni a persone esperte, con un forte rischio di “gerontocratizzazione”.

Personalmente sono contrario ad un generico quanto ideologico “dare spazio ai giovani”, tuttavia, se le nostre discipline devono avere soprattutto valore formativo, bisogna che le mani in pasta le metta chi ha bisogno di sbagliare, di fare esperienza.

Le esperienze formative vanno fatte al momento opportuno.

post

Le organizzazioni sono parte della pratica

In conclusione credo che il valore di tutto questo affannarsi a creare organizzazioni, che mai soddisfano tutti, sempre condannate all’instabilità ed alla caducità tipica delle costruzioni umane stia in due fondamentali punti:

  • le organizzazioni sono il tradizionale veicolo di trasmissione della conoscenza “pratica”, non possono essere sostituite.
  • le attività connesse al lancio ed al mantenimento delle organizzazioni sono una formidabile palestra per sperimentare la vita sociale, con le soddisfazioni e le frustrazioni annesse.

Dunque, dopo molte elucubrazioni, mi sento di evidenziare il valore di quanto già sottolineato da Munenori più di quattro secoli orsono. Se, a distanza di tanto tempo, possiamo condividere le affermazioni di un capo scuola di quei tempi, siamo autorizzati ad ipotizzare che il mondo moderno ed il mondo “tradizionale” non siano così diversi, almeno nella sostanza, che poi è l’essere umano.

Alcuni dilemmi antichi sono a tutt’oggi aperti, bisogna ri-organizzarsi

La posizione dei “sognatori” non è tuttavia puro romanticismo e va considerata uno stimolo a riflettere sul “come” stiamo operando, visto che segnali di disagio ci sono a tutti i livelli.

Ciò non dipende da errori delle persone ma da antichi presupposti che ci stanno mettendo in difficoltà.

Da una parte il modello CIK, se storicamente è derivato da una fusione dell’AIK e della FENIKE, nella pratica è stato una semplice estensione alla CIK delle strutture FENIKE, che a loro volta erano modellate sulle federazioni sportive appartenenti al CONI. La scelta del disegno organizzativo fu basata sull’idea che il fattore agonistico rappresentasse una spinta forte allo sviluppo delle nostre discipline.

Nel tempo abbiamo constatato come l’agonismo rappresenti un fattore motivante e coinvolgente solo per una parte di praticanti molto minore rispetto a quanto si era immaginato. In modo ancora più netto si è ormai dimostrato come il fattore propulsivo degli eventi agonistici, come abbiamo visto a seguito dei Mondiali di kendo, è praticamente trascurabile.

Un altro presupposto che ha contribuito a modellare la nostra attuale organizzazione è un’aspettativa di crescita del movimento che possiamo definire ottimistica. Anche la crisi economica sta entrando significativamente nel quadro, cosicché dobbiamo fare i conti con la questione della sostenibilità delle attività che abbiamo messo in piedi.

Non si vuole discutere l’agonismo, che abbiamo visto veicolare molti stimoli, sia tecnici, che culturali, ma è il momento di fare il punto sulla navigazione, per verificare sia la direzione che l’organizzazione, passando per le priorità. In questa discussione è auspicabile una partecipazione che rappresenti, il più possibile, tutte le anime del movimento, dagli agonisti, agli anti-agonisti, dai sognatori ai modernisti, e via dicendo.

Luigi Rigolio – Kenzan Dojo

www.kenzandojo.it

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Autore: Ikendenshin - Kendo Pesaro

Scuola di Kendo a Pesaro (Pesaro Urbino) - www.kendopesaro.it

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