Kendo nelle Marche


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Stage invernale CIK – EKF 2017

Siamo al Seminario autunnale di Kendo con esami CIK da 3 a 5 dan ed esami EKF di 6 e 7 dan. Evento condotto condotto da una delegazione ZNKR coadiuvata da 7° dan italiani.
I maestri giapponesi, componenti della delegazione sono: Saburo IwatateHanshi 8 Dan, Takao Fujiwara, Hanshi 8 Dan, Tatsuaki Kosaka, Hanshi 8 Dan.

E’ difficile scrivere un resoconto di uno stage di questo livello vista la quantità di elementi che hanno composto quella mistura di competenze, esperienze, sensazioni a cui i partecipanti potevano attingere.

Cominciamo da ciò che era più evidente. Il seminario, frutto di una collaborazione tra la Confederazione Italiana Kendo e la European Kendo Federation, ha registrato la massima affluenza tra tutti gli eventi mai organizzati dalla CIK. Oltre al numero, impressionante, saltava all’occhio anche l’internazionalità dei partecipanti. Ricordo di aver visto zekken con la bandiera Italiana, Giapponese, Francese, Svizzera, Finlandese, Danese, Spagnola, Turca, Croata ed Uruguaiana (e magari qualcuno mi è sfuggito). Alla luce di ciò, sono certo che chi ha preso parte all’evento abbia avuto la sensazione, come me, di far parte di qualcosa di grande.

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I partecipanti al seminario. Foto di Tugce Belin.

Per centrare il cuore del seminario, gli insegnamenti dei maestri, andiamo a Domenica mattina, quando Kosaka sensei (con un intervento di Fujiwara sensei) ci ha guidato in un intenso e poetico viaggio attraverso i valori e la visione della pratica del Kendo. E’ stato encomiabile il lavoro di Murata sensei e di Leonardo Brivio nel tradurre le parole dei maestri in Italiano ed in Inglese. Sono certo quindi di non render merito agli insegnamenti dei maestri ed al lavoro di traduzione andando a cercare di riassumere (a parole mie) l’insegnamento ricevuto. Vogliano e vogliate scusarmi se nel rendicontare quanto detto confondo qualche termine o commetto qualche imprecisione.

Murata sensei durante la spiegazione delle parole del Maestro.

Le prime osservazioni sono state in merito al termine “On” tradotto come riconoscenza e, altrove, come obbligo nei confronti di qualcuno.
Gli “On” evidenziati dal maestro sono stati: quello verso i nostri genitori (oya on), quello verso la patria, o meglio, verso il contesto sociale e culturale in cui viviamo, quello verso nostri insegnanti (shi no on) e quello verso i nostri compagni di pratica.

Esiste qualcuno che ci ha generati, una società che ci permette di intraprendere un cammino, degli insegnanti che tramandano un sapere e dei compagni indispensabili per poter praticare questa disciplina. Prenderne atto, essere riconoscenti con tutti loro, è alla base di tutto, è una condizione affinché possiamo dare il giusto valore a quel che stiamo facendo.

Per tradurre questa riconoscenza in realtà, ci sono stati proposti due motti:

“Siate la fonte della felicità degli altri”

“Siate fonte d’aiuto per gli altri”

Due espressioni estremamente semplici per chiarezza e, al contempo, drasticamente difficili da attuare.

Questa è predisposizione interiore alla pratica, lo spirito con il quale bisogna affrontare il lavoro quotidiano nel dojo.
Quest’altra semplice espressione:

“Praticare pienamente per tutta la vita”

Introduce la modalità con cui pensare allo shugyo: un impegno che non si protrae per la durata di un corso, per una fase della vita o fino al conseguimento di un traguardo. Piuttosto una costante nella nostra esistenza. Il Maestro ha indugiato a lungo su quel “pienamente” che sottolinea come la costanza della pratica deve avere anche una caratteristica qualitativa che sia di massimo coinvolgimento, partecipazione ed attenzione. Non basta esserci, bisogna esserci pienamente.
Questa pienezza, questa serietà deve avere anche delle connotazioni di obiettività. Quando veniamo colpiti, praticare con pienezza vuol dire chiedersi: “Cos’ha permesso al mio opponente di colpirmi? Dove ho avuto una lacuna?”. Allo stesso modo, quando mettiamo a segno un colpo, è necessario metter da parte l’entusiasmo e chiedersi: “Cosa manca a questo colpo per essere perfetto?” – perché perfetto non può essere – “Come sono riuscito a costruirlo?”

“Nessuno può sapere se alla fine del nostro percorso incontreremo il Satori (l’illuminazione) o se avremo solo tanti dubbi.
Quel che conta è non guardare indietro ma andare avanti e continuare a praticare”

Con questa massima, scritta con la metrica propria delle poesie, insisteva sul concetto di Shugyo per tutta la vita, pur senza sapere se si va incontro al Satori o solamente a tanti dubbi.

Il maestro conclude quest’interessantissima lezione con un’ulteriore visione secondo la quale la pratica del kendo corrisponde a “tante montagne, tante nuvole”.
L’immagine disegnata da questo motto è quella di una montagna dietro l’altra. Una volta raggiunta, probabilmente con difficoltà, la cima della prima montagna, si scorge una seconda ancora più alta. Scalata la vetta della seconda, ecco una terza più maestosa. E così via.
Se ciò non bastasse, tra una montagna e l’altra ci sono banchi di nuvole che ci fanno rischiare di perdere la strada.
Ecco a cosa corrisponde la pratica del Kendo: ad una serie di difficoltà da affrontare sempre maggiori (montagne), in un contesto colmo di insidie (nuvole).

Proprio grazie a questo concetto mi è facile tornare all’allenamento del Sabato mattina, basato sullo studio dei “Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho”.
“Niente di complicato” penseranno i più. Ho avuto la fortuna però di poterli studiare proprio nelle vicinanze di uno dei nanadan europei che coadiuvavano i maestri durante il seminario.
Probabilmente la mia supponenza nel “conoscere” questi kata consisteva nell’aver scalato la prima montagna, la più bassa. E’ stato scioccante scoprire che davanti c’era una montagna ben più grande: persino il primo men del primo kata era difettoso.
Bisognava ricominciare tutto da capo.

Lo studio di questi kata si colloca in una didattica che passa per queste tre fasi:

Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho
Nihon kendo no kata
– Pratica con lo shinai

Il senso di questo percorso è quello di costruire una consapevolezza della spada prima di iniziare a scambiare colpi con uno shinai.
Lo stesso percorso è stato quello proposto dai Maestri. Lo studio dei Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho ha infatti preceduto la ripetizione delle stesse tecniche con shinai e bogu.
L’obiettivo è quello di attuare un colpo tecnicamente corretto con “ki ken tai no ichi” nel preciso istante in cui l’occasione, il suki (debolezza di spirito, della tecnica o della guardia dell’avversario) si palesa.
Questo tempismo è detto “ichi bioshi” (un sol respiro o un sol battito) ed è realizzabile solo grazie ad una pratica instancabile, continua e corretta.

Come spesso accade l’attenzione dei Maestri era più rivolta alla postura, alla posizione della testa, dei piedi, delle spalle che non alla velocità o la forza con la quale viene portato un colpo.
Anche questo si rispecchia nel percorso citato che vuole che innanzi tutto si curi la forma e la consapevolezza che quel che maneggiamo non è un manufatto di bamboo, ma una spada.

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Embu dei Kata Bokuto ni yoru Kendo kihon waza keiko ho. Al termine il Maestro si è complimentato con Angela Papaccio per aver vissuto il momento con tanta intensità (pienezza) da esser arrivata con il fiato corto al termine del nono kata.

Durante il seminario ci sono stati due momenti per il jigeiko: un lunghissimo mawarigeiko (un’ora circa) al termine di Sabato pomeriggio ed un jigeiko libero al termine di Domenica mattina.

Infine giungiamo alle sessioni d’esame dal 3° dan al 7° dan. Non essendo coinvolto negli esami non posso che unirmi alle congratulazioni rivolte sia a chi ha sostenuto con esito positivo la prova che a chi, con forse meno soddisfazione, ha comunque accettato di porre il suo operato (ed il suo cammino) al giudizio altrui affinché ne fosse valutata la qualità.

Spero di esser riuscito a trasmettere in queste poche e confuse righe lo spessore di quest’evento. Se ho imparato qualcosa è mio dovere ora rispettare l’on verso i maestri europei e giapponesi che hanno messo il loro sapere a nostra disposizione; l’on verso la patria che tramite le istituzioni CIK e EKF hanno reso possibile quest’evento affinché i praticanti europei possano vivere esperienze di questo livello; l’on verso i miei compagni di pratica: Paolo, Laura e Michela che hanno condiviso con me la trasferta a Modena e tutti gli altri con i quali, nel dojo, cercheremo di mettere a frutto quanto appreso. Per l’on verso i miei genitori, me la vedrò privatamente… 😉

Grazie a tutti.

 

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Documentario Kendo per bambini

UN video sicuramente di qualche decennio fa che mostra il kendo dell’epoca praticato da e con i bambini.

Non solo Kendo, o meglio non la pratica per il Kendo fine a se stessa, ma come mezzo per formare adeguatamente il carattere dei futuri uomini giapponesi.

Il documentario è in giapponese ma alcuni passaggi sono davvero interessanti oltre che commoventi…


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Quale tecnica?!

Non so se sono stato l’unico, ma riguardando le compilation pubblicate dal canale youtube della federazione giapponese, ho avuto la percezione di alto numero di ippon ottenuti con kote.

La suddivisione su tutti gli ippon è stata:

45 men 

31 kote

4 do

2 tsuki

Quindi era solo una personale sensazione, ma fino ad un certo punto…

Nelle fasi finali del torneo quasi il doppio degli ippon sono stati ottenuti con kote (9 kote e 5 men).

Se, con il massimo rispetto possibile, i kote sono portati perdendo totalmente la postura (vedi foto come esempio), occorre forse fare qualche approfondimento…