Kendo nelle Marche

Dell’agonia del kendo femminile italiano

8 commenti

Donatella Castelli non ha certo bisogno di presentazioni né in ambito nazionale né in quello internazionale. Ritengo giusto riportare integralmente un suo articolo pubblicato recentemente sul blog “Le Donne del Kendo” in cui, con una franchezza che raramente capita di trovare, denuncia uno stato di cose abbastanza preoccupante per il kendo al femminile. C’è di che riflettere.

“E il poverin, che non se n’era accorto,
ancora combatteva ed era morto”
Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, Atto IV°, cap. XVII.

Come un amico mi ha fatto notare, e’ da un po’ che non faccio molto sul blog delle Donne del Kendo. Dopo Atene, infatti, il piatto piange. Purtroppo ho appena saputo che il seminario di Sato Rie che si tiene da dieci anni a Witten e’ stato cancellato, a causa di motivi di salute della maestra Sato (che ha comunque promesso di tornare non appena si sara’ ristabilita, portandosi Horibe sensei come aiutante di lusso). Ancora mi mordo le mani per non essere potuta andare al seminario del maestro Sumi a Rickmansworth: Fujita sensei, il mio modello, un kendo femminile da sogno, era presente ed ha tenuto il seminario per le ragazze (e non solo) – mi piange il cuore al solo pensiero.
Quindi in un momento di horror vacui, mi dedico a considerazioni sul kendo femminile in generale.
Kate Sylvester, che collabora con Kendo World, membro della squadra femminile australiana, mi ha chiesto tempo fa qualche dato sulla pratica delle donne in Europa. Ho recuperato i numeri del kendo Italiano, Olandese e Greco, tanto per stare su campi che ben conosco.
I risultati sono stati agghiaccianti – non tanto per l’Italia, quanto per tutte e tre le nazioni, ben diverse per storia e contesto. Se le donne sono una percentuale fra il 14 e il 20 per cento della popolazione praticante (e gia’ questo la dice lunga sulla accoglienza del mondo del Kendo verso le donne), le yudansha sono fra il 3 e 5 per cento delle praticanti, quando fra gli uomini la percentuale sul totale si attesta fra il 27 e 45 per cento. Non solo poche, ma anche di qualita’ bassina.
La ricerca e’ stata fatta in modo brutale, sui numeri puri, senza poter verificare la suddivisione in fasce di eta’ e volutamente senza considerare storie individuali (anche se posso dire di poter conoscere buona parte di queste…e alcuni nomi sono ancora nelle liste per fedeltà, più che per convinzione). Secondo me ci sarebbe di che pensare.
Quello che comunque fa riflettere e’ la situazione delle yudansha italiane – basta contare sul sito CIK. Al tempo della mia verifica le donne erano 227, le yudansha 73, su un totale di 1415 iscritti CIK per il kendo.
Suddivise le yudansha per grado, la situazione e’ di facile interpretazione:

Rokudan: 3
Godan: 6
Yondan: 8
Sandan: 14
Nidan: 22
Shodan: 20

Quello che preoccupa sono i numeri ridicoli dei gradi bassi – l’estinzione comincia così, con la bassa natalità. Non ci vuole una specializzazione in biologia per capire che stiamo diventando una razza da proteggere.
E quindi? A questo punto si potrebbero cercare delle responsabilità, in perfetta vena italiana.
La colpa è delle donne del kendo? E quando mai hanno avuto voce in capitolo sulle politiche espansive della CIK?
La colpa è della Commissione Tecnica? Ma se si occupa della Nazionale, già riesce a fare tanto – e comunque la Nazionale pagherà questa situazione giusto il giorno dopo i Mondiali di Novara, per raggiunti limiti di età.
E’ colpa sicuramente della Società, allora: nel Paese delle Veline, se non puoi essere certa di non rovinarti la lacca delle unghie, sei nessuno, forse?
E se fosse colpa delle società, quelle con la lettera minuscola, dei dojo? Qualcuno si è mai preoccupato di capire perché alcuni dojo sono più al femminile di altri? Perché clubs che avevano stupendi gruppi di praticanti femminili hanno dilapidato il patrimonio nel giro di poche stagioni?
Io non ho risposte certe da proporre, anche se posso avere delle opinioni, a cui sono intitolati tutti – certamente mi piacerebbe vedere che le domande sono almeno prese in considerazione e che qualcosa di concreto sia allo studio e all’attuazione. Le quote rosa, nel Kendo, esistono già, in un certo senso. Speriamo solo di riuscire a raggiungerle in un futuro non troppo lontano.

PS: questo post è una provocazione, se qualcuno avesse un dubbio: e se nessuno la raccoglie, beh, forse l’agonia è bella che finita. R.I.P.

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8 thoughts on “Dell’agonia del kendo femminile italiano

  1. Eppure le donne, come nella vita, rendono ogni cosa magica…

    Non so effettivamente darmi una risposta, ma è altrettanto vero che in alcuni dojo la presenza di donne è più alta quindi CREDO che il metodo d’insegnamento abbia un suo peso.

  2. Nel mio modo di vedere le cose mi sembra che a livello italiano non si e’ mai preso in considerazione il fatto di avere un progetto COMUNE di promozione sul territorio della disciplina. Questo viene ancor prima della questione “quote rosa”.
    Ogni dojo deve ogni volta inventarsi la ruota per la cartellonistica, per la pubblicità, per capire qual’e’ il target interessante dove andare a cercare i futuri praticanti, etc.
    Lascio poi alla vostra immaginazione come, il responsabile del dojo che non e’ un “grafico-esperto di marketing e comunicazione” , possa poi realizzare un progetto per richiamare l’interesse di nuovi praticanti.
    Mi sembra che la CIK stia consolidando il livello del kendo degli attuali praticanti, ma non abbia uno slancio per catturarne di nuovi.
    E cosi’ vediamo dojo di poche persone, magari con istruttori molto validi, che pero’ fanno fatica a pagarsi la palestra a fine mese.
    Il Kendo gia’ di per se e’ un’attività difficile da capire, se poi aggiungiamo una comunicazione frammentaria, spesso lasciata a youtube o wikipedia, allora non mi stupisco che un nuovo praticante si avvicini ad un’arte marziale che conosce anziche’ al nostro amato Kendo.

    • Bella analisi. Sono d’accordo al 100%. Per avere un quadro chiaro bisognerebbe vedere l’evoluzione nel tempo del numero di iscrizioni femminili alla CIK. Per quello che posso capire io, le “quote rosa” non sono mai risolutive. In questo contesto sarebbero un placebo per una situazione strutturale ben più complessa in cui si passa dalla gestione “politica” della disciplina fino ad arrivare al carattere più o meno repellente dei vari istruttori. E’ certo che la disciplina in sé, per quanto si cerchi di dire il contrario, non abbia dei tratti propriamente “femminili”. E’ del tutto normale che le ragazze non siano attratte da una cosa del genere. E’ un mistero il contrario semmai.
      Sono d’accordo con Gabriele. Ci vuole un approccio professionale di marketing e comunicazione per allargare la base.

  3. signori, quello che dico donatella è vero. noi donne siamo poche. anche a Como siamo 4 e le donne, duole dirlo, sono tra le più incostanti. A volte siamo una o due, a volte mi è capitato di allenarmi con soli uomini. e si sente la differenza di genere.

    ma non è questo il punto, la dimensione è proprio culturale. capita,a me è successo, di sentir dire anche da praticanti che il kendo non è cosa da donne. peccato. forse bisognerebbe lavorare prima su questa dimensione.
    il fatto che ci siano donne che praticano, con impegno dedizione e risultati, sia già una risposta a cui dovrebbe seguire un cambio di paradigma.

  4. Confesso che l’intera faccenda mi perplime non poco. Appartenendo ad un dojo che 8 anni fà non esisteva posso dire, pur come misero nidan, di esser stato testimone di diverse dinamiche.
    La prima la battezzo “sindrome della prima genesi”- Questa si verifica quando il dojo è interamente maschile. Le donne che vengono a vedere/provare sono colpite dall’assenza di altre donne e tendono ad esserne intimorite. Probabilmente pensano “se non ci sono donne probabilmente non è uno sport adatto alle donne”. Dove una donna già pratica è più facile che se ne aggreghino altre. Soluzioni? Nessuna a parte trovare la prima coraggiosa che si innesti nel dojo e forse spiegare che se non ci sono donne è solo per caso.
    Secondo- Sindrome di Halloween- Questa vale per tutti i principianti. Prendete l’adolescente più pacioccoso che riuscite a trovare, ed infilategli quindi men bogu ecc. Fategli fare kiai. Ecco l’avete trasformato agli occhi di un profano in una belva assetata di sangue. Per chi non è pratico è facile vedere nel kendo uno sport molto più violento e pericoloso di quanto non sia in realtà. Soluzione, premettere, prima di iniziare l’allenamento, che il rumore e l’apparenza di quello che vedranno è in realtà molto meno duro di quanto non sembri. E’ in effetti molto più pericoloso il calcetto.
    Terza – Statistica. Non so da voi, ma da noi su 5 persone che vengono a provare, solo una in genere è femmina. E’ normale quindi che nel lungo periodo la proporzioni rimangano queste (qui però i numeri di Donatella sarebbero in effetti sottodimensionati).

    Idee buttate un pò così ma spero utili a stimolare la discussione.

  5. Secondo me avete espresso tutte opinioni condivisibili (il che la dice lunga sulla complessità del problema: “salvare” una nicchia in uno sport già mooooolto di nicchia…. difficilissimo).
    il fatto che il kendo non abbia connotati femminili, per quanto vogliamo indorare la pillola, credo sia uno stato di fatto. Non dico che non sia uno sport per donne, al contrario, le donne a parer mio sono molto portate per questa disciplina, più degli uomini.Paradossalmente è più uno sport per donne che per uomini. Il fatto è che l’appeal generato dal kendo, per motivi sostanzialmente culturali e antropologici, spesso mal si addice ai canoni edonistici dell’immaginario femminile contemporaneo (la federazione giapponese ha introdotto la naginata ritmica non a caso, credo). Da qui tutta la serie di conseguenze riportate da Raffaele, comuni a diversi dojo. Queste mi sembrano le ragioni più evidenti del ridotto numero di praticanti donne.
    Poi è possibile che esista una sorta di ostracismo da parte di alcuni istruttori all’ingresso delle donne nel mondo del kendo, ma sinceramente non ho l’esperienza e le conoscenze necessarie per dirlo. Da noi quando arriva una donna viene coccolata come una regina 🙂

  6. Pingback: Una spada per la pace | Kendo nelle Marche

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