Kendo nelle Marche


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Stage autunnale CIK 2022 – Modena

Una foresta di alberi blu.

Non so mai chi sia la persona che ho di fronte.

Un ideogramma stampato sul tare e due occhi che mi fissano attraverso una “grata”. Ma sento la sua presenza più di ogni altra cosa, la sento attraverso la distanza che ci separa, attraverso la pressione che esercita sulla mia shinai, nella ricerca più o meno nervosa di un’occasione per colpirmi.
Non si da mai abbastanza importanza a questo momento, soprattutto fra i Mudan ma mi accorgo che anche i gradi più alti che praticano intorno a noi spesso scivolano nell’urgenza di sferrare il colpo.
Il luogo destinato alla pratica – due campi da basket paralleli con un parquet lucido e morbido – è gremito oltre misura. Circa duecento persone con indosso keikogi e bogu, una fitta foresta di alberi blu che con i loro rami vaganti si intrecciano e si allontanano senza sosta.
Giriamo. Ancora due occhi e una shinai, un’altra presenza, più forte, meno forte, non importa. Non importa chi hai davanti perché dall’altra parte di un jigeiko in fondo c’è solo un’altra parte di te, quella che non conosci, quella che devi superare e lasciarti alle spalle, per poi girarti e affrontarla ancora e ancora e ancora sempre con la stessa determinazione, ogni volta come se fosse l’ultima, ad ogni nuovo incrocio di spade come se fosse il primo.
Giriamo. Un altro di quei duecento, e poi un altro e un altro di quei duecento elementi componenti quell’unica energia che si crea praticando un’arte con così tante persone insieme.

Per arrivare fin qui, Alessio ha guidato al mattino presto, per un paio d’ore nell’autostrada libera e desolata. Abbiamo chiacchierato di viaggi all’estero e ascoltato musica. Siamo arrivati prima del tempo stabilito, abbiamo fatto le cose con calma. Mi piace quando riesco a interporre un discreto strato di niente fra la vita frenetica in cui quasi quotidianamente ci troviamo e la pratica del kendo. Ci siamo cambiati senza fretta nello spogliatoio ancora vuoto e semibuio, mentre l’eco del freddo della notte lasciava lentamente spazio ad abiti, borse e corpi seminudi che in pochi minuti cambieranno identità.
10.30, mokuso. Cerco di controllare la respirazione e fare il ‘vuoto’ per eliminare tensione, per rimuovere ego, pregiudizi, pigrizia e tutto ciò che possa essere deterrente alla capacità di aprirmi ad ogni possibile apprendimento; un lungo spazio da mettere fra un prima e un dopo, fra quello che sei quando entri e ciò che sei diventato quando esci.
Nonostante ciò credo di averci messo un po’ a calarmi totalmente in questo nuovo insieme. Quando si pratica nel proprio dojo è più semplice. È la nostra casa, la nostra famiglia, la nostra zona di comfort da cui spesso fatichiamo ad allontanarci.

In un seminario di queste dimensioni sei parte di quella foresta blu, ma non ne riconosci gli spazi e gli abitanti, inizi a muoverti con circospezione.

Lentamente, con il passare delle ore in qualche modo te ne impadronisci, ne subisci il fascino, ne rimescoli lo spirito. E comprendi finalmente che uscire di casa è importante tanto quanto tornarci per rinforzarne ulteriormente le fondamenta con ciò che ti ha cambiato, con quel nuovo bagaglio che ti porterai in giro.

Durante la giornata di sabato ci alterniamo, a seconda dei gradi, fra questo grande ambiente, dove pratichiamo le tecniche con shinai e bogu, e uno più piccolo dedicato all’approfondimento dei kata.

Per noi Mudan, Angela Papaccio e Leonardo Brivio eseguono i nove kihon kata con forza ed eleganza. C’è un qualcosa di eterno in questi movimenti. Figure ripetute all’infinito con una ritualità che condensa sapere e armonia, corpo e mente, concentrazione e movimento. È un perpetuo incontrarsi e scontrarsi secondo forme che diventano linguaggio comune, elemento su cui dialogare con chi sta di fronte a te, questa volta senza filtri. Non sono solo occhi, il corpo le mani la testa non sono più nascosti dall’armatura: tutto rientra in un regime di perfezione senza tempo dove ogni gesto è una parola di quel confronto che abbiamo aperto con il ritsu-rei e che attende una risposta, sempre la stessa, ma ogni volta più precisa, più circostanziata, più determinata e chiara.
Ci proviamo. Proviamo a rendere quei movimenti parte del nostro corpo, a memorizzarne i passaggi per non doverci pensare e lasciare la mente libera di volteggiare sulla scena guardandola dall’alto, vuoti e leggeri, unicamente in contatto con il nostro compagno. Ma sono solo degli attimi che si avvicinano da molto lontano a ciò che dovrebbe essere.

Rientriamo. Tutti confluiamo in una decina di file per poter fare jigeiko con i più alti in grado. È un momento in cui si ha la possibilità di misurarsi e ascoltare i consigli di chi pratica da una vita e di chi ha fatto della pratica la ‘sua’ vita. Ma siamo in tanti, i tempi di attesa sono discretamente lunghi e alcuni si confrontano liberamente fra di loro ai margini di questa anticamera senza certezza.

17.30, mokuso. Il respiro è più profondo, intenso come la giornata, pieno come un fiume in cui hanno svuotato un bacino. La mente corre verso il mare aperto, gli occhi hanno dentro tutti gli occhi di chi per un momento è stato parte altra di noi.

Dopo una breve sosta in albergo ci dirigiamo verso il centro della città per cenare in uno dei pochi posti che abbiamo trovato disponibili. L’atmosfera è calda, la cucina è fatta di tigelle, affettati o poco più. Proviamo a dare fiducia ad un lambrusco.
Alessio domani pomeriggio deve sostenere l’esame per passare al 5° Dan.
Gli esprimo la mia noncuranza nei confronti di questo genere di prove e dei passaggi da un grado all’altro.

Passare da un Dan a quell’altro è come entrare in una nuova stanza e chiudersi la porta della precedente alle spalle. Sei dentro e tutto si azzera. Tutto ricomincia da capo ma ad un livello differente. È come se sbloccassi qualcosa a cui prima non avevi
accesso.
Non sono tanto le parole quanto il tono sicuro e una strana lunghezza d’onda nello sguardo a convincermi. Come se avesse rivisto in quell’istante le immagini delle soglie varcate e risentito il lento e inesorabile scricchiolio di ciò che si chiude dietro di te per sempre, ma di fronte alla consapevolezza di una prospettiva che prima non avevi neanche idea potesse esistere. Una visione che mi ha investito chiara, netta, e la tentazione di scoprire cosa possa celarsi al di là del limite del muro che mi circonda ha rapidamente messo in discussione le mie convinzioni sulla pura pratica come unico e solo fine. Da domani comincerò a cercare la mia prossima porta.
Finiamo il vino e gironzoliamo un po’ per la città bagnata e leggermente inclinata nella notte come i suoi monumenti medioevali, come questa giornata che finisce fra vicoli antichi sparpagliando qua e là parole randagie e semiserie.

Domenica mattina.

Dentro un po’ prima degli altri anche questa volta.

Apprezzo il silenzio e la calma che ci circonda. Ci cambiamo nella penombra del mattino piovoso.
Qualcuno comincia ad arrivare e accende la luce nello spogliatoio 3.
Abbiamo i muscoli ancora provati dall’impegno di ieri. Facciamo un po’ di stretching leggero prima di cominciare.
Duecento persone in posizione seiza ciascuno con la sua armatura di fianco, ciascuno con la sua storia, ognuno con il suo respiro, la sua tecnica, la conoscenza acquisita con l’osservazione o la pratica. Duecento persone che si inchinano davanti all’esperienza e
che cercano in quell’esperienza qualcosa, anche di piccolo, di infinitamente minuto da mettere nel fagotto che, a sera, ripoteranno indietro. Il copione è un po’ lo stesso. Divisi per grado ci alterniamo fra i due ambienti: da un lato bogu, shinai e colpi passanti, dall’altro bokuto e kata. Oggi assistiamo al terzo: Sanbon-me. Ai-gedan-no-kamae. Proviamo. Comincio come Uchidachi. Ai-gedan, guardia bassa e tre lunghi passi, ci avviciniamo, comincio a sentire la pressione di Shidachi, il mio compagno che mi fronteggia e che, ovviamente, non conosco ancora. Inizio a sollevare il bokuto, lentamente, molto lentamente. Sembra incredibile quanta potenza ci possa essere nella lentezza di un movimento. Lui mi segue fino ad ai-chudan. Siamo entrambi in guardia alta, uno di fronte all’altro e continuo a sentire forte il suo semé. Avanzo, di un passo, in okuri-ashi e attacco tsuki verso sinistra, all’altezza del cuore, facendo ruotare leggermente il filo della spada verso destra.
Shi-daci indietreggia di un passo, ristabilisce la distanza che stavo cercando di rubargli quasi trascinando con sé il mio bokuto e immediatamente contrattacca con decisione.
Si muove ancora in avanti verso di me, entra con tutto il suo corpo in quello spazio che cerco nonostante tutto di controllare facendo un passo indietro e bloccandogli il colpo.
Il suo corpo avanza ancora, fa un altro passo per invadere ancora una volta il mio spazio.
Lo blocco di nuovo, ma la forza del suo semé mi rende del tutto impotente. Non posso fare altro che indietreggiare spinto dal suo continuo avanzare: tre passi avanti suoi, tre passi indietro miei con la punta del suo bokuto sempre di più fra gli occhi e il mio che si abbandona alla mia destra.
Sembra tutto finito. Provo a riprendere lentamente la guardia. Shidachi indietreggia e ci incontriamo dopo due passi, ne facciamo altri tre insieme per riprendere il centro e il contatto. Nel gioco dei ruoli, in teoria, ha vinto lui. Nella pratica abbiamo vinto entrambi.
La mattinata termina con i ji geiko con i Maestri. Bisogna essere leggeri sulle gambe, scivolare in continuazione come su un foglio di carta, cercare la propria distanza: ognuno di noi ha la sua e va conquistata centimetro dopo centimetro, attimo dopo attimo. Solo allora, solo dopo questa lenta e inesorabile costruzione, avrà senso partire, lanciare tutto il corpo nell’azione, sferrare il proprio attacco. La ricerca della distanza è un grande insegnamento e una grande metafora della vita. Una riflessione su quanto spesso ci buttiamo nelle cose senza averne valutato la corretta misura, prossimità che cambia sempre, in base alle nostre energie, al contesto, al momento della vita in cui ci troviamo. Leggeri, bisogna essere leggeri e risoluti, ma la risoluzione non è urgenza, è architettura della messa in atto.
Prima di salutarci tutti i 7° Dan si misurano tra di loro. È un’occasione rara sia per loro che per chi ha il privilegio di potervi assistere. L’esercizio del guardare è il solo modo per arrivare a vedere, forse a capire cos’è per ognuno di noi davvero il kendo e quanto del carattere e vissuto di ciascuno ci sia dentro ogni azione, dentro ogni movimento, dentro la costruzione di qualsiasi forma. Guardare ci racconta cosa vogliamo diventare ma anche cosa non vogliamo essere; a cosa aspiriamo, quale può essere il nostro modello o, a come forgiare la nostra unicità.

13.00, mokuso yame.

Un’ora di pausa prima dell’inizio degli esami può essere un tempo liquido all’interno del quale è difficile stare a galla. Alessio decide di non mangiare niente e rimane a passeggiare nella palestra che lentamente si va svuotando e riassettando per le prove del pomeriggio. È un momento a cui ci si prepara per anni ma per il quale forse non si è mai davvero pronti. Serve in tutti i casi per capire davvero dove si è arrivati e se si è pronti a varcare quella nuova soglia, ad entrare in quella stanza dove tutto si annulla e tutto ricomincia, oppure no.
Iniziano i 5° Dan. Giovani e meno giovani, storie diverse, approcci diversi. Lo svolgersi è fluido e ordinato e, tutto sommato dall’esterno non si percepisce troppa tensione. Gli iscritti sono tanti e il tempo di attesa, per quanto tutto accada con una buona organizzazione e velocità, è comunque lungo.
Guardo i ji geiko e ogni tanto Alessio che aspetta il suo turno: sembra abbastanza sereno e concentrato.
Si passa ai 4°. Tutti sono pronti disposti su varie righe ancora in attesa di quei pochi secondi che serviranno a capire da che parte dei tuoi limiti devi stare.
Alessio entra con decisione, scrolla le spalle come a cercare conferma di essere sufficientemente rilassato e saluta il suo ‘avversario’ con la schiena diritta e un inchino netto e veloce. Tre passi, sonkyo. Guardando e ascoltando si percepisce l’allerta, non ci sono falle nella presenza, nel qui ed ora. Un men kaeshi do apre un confronto che diventa subito abbastanza serrato, forse troppo. Ci si aspetterebbe più studio, un po’ più di dialogo, di tempo per costruire, ma la molla della tensione sembra prendere il sopravvento ad ogni azione. Entrambi attraversano poco e si girano molto in fretta. Lo zanshin è forte, ma il percorso per arrivarci forse troppo poco.
Avanti un altro. I due corpi che si affrontano sembrano non trovare un passaggio, si incontrano e si scontrano più di una volta al centro rimbalzando indietro al punto di partenza. Quando passa, Alessio continua a girarsi con molta fretta, quasi come non volesse perdere tempo prima di riprendere l’azione. C’è un po’ più di studio, maggiore riflessione rispetto al precedente ma finisce tutto in una manciata di minuti e ognuno torna al suo posto con la certezza di averci messo tutto ciò che aveva. Di più non c’era da fare.
Adesso è solo attesa. La valutazione di questo combattimento determinerà se proseguire l’esame con i kata oppure no. Ma non è una cosa immediata, prima devono concludere tutti gli incontri e poi si saprà qualcosa. Aspettiamo su una panca ai margini del campo, dalla quale nel frattempo guardiamo gli altri e facciamo considerazioni e inutili previsioni su chi passerà e chi no.
Finalmente qualcuno affigge dei fogli al muro con i numeri di chi è stato ritenuto idoneo. Su trentuno ne hanno promossi solo quattro e il 518 non è tra quelli.

– Ho dato tutto quello che potevo. Va bene così. – Sentenzia Alessio davanti ai fogli bianchi attaccati alla meno peggio al muro rosso. – Possiamo andare.
E allora andiamo, con un po’ di amarezza, si; ma anche con la rinnovata consapevolezza che il kendo è perseveranza e la perseveranza si acquisisce solo provando a girare la chiave in diecimila porte e mai sperando che si apra la prima. Rimaniamo ancora per un po’ in questa stanza, da domani ricominciamo a forgiare la chiave per tentare di
disserare un altro uscio, forse un po’ meno nascosto.

Gino Fienga

Ikendenshin – Kendo a Pesaro


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Elezioni CIK – candidati e programmi

Tutti i nomi dei candidati per le prossime elezioni in CIK sono presenti nel sito al seguente link:

Fai clic per accedere a candidature2016.pdf

Molti di loro hanno già messo nero su bianco sul Daini Dojo il programma che intendono perseguire.

http://www.kendo-cik.it/forum/viewforum.php?f=13

Leggiamo quindi i vari punti e cerchiamo di partecipare a questo importante passaggio della nostra federazione!

PROGRAMMA ELEZIONI CIK


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Mappa dojo affiliati CIK

Il Kendo è una lingua universale.

Non è infatti un’anomalia portarsi il bogu con sè quando si è in giro per l’Italia, e bussare alla porta di un dojo al fine di poter condividere del tempo assieme praticando kendo.

Tempo fa avevamo messo in piedi il progetto dojo, per il quale abbiamo avuto qualche contributo. Se volete aderire e farci avere i vostri racconti diretti siamo sempre qui pronti e disponibili per voi 😉

Ora, a seguito della comunity Kendo Finder presentata qui, promuoviamo un’altra interssante iniziativa comunicata poco fa attraverso il canale facebook della nostra federazione.

 mappa dojo kendo CIK

E’ un lavoro importante che ha la sua base dati nell’anagrafica CIK disponibile al seguente link.

http://www.kendo-cik.it/Italiano/dojo_ricerca.asp

Se non avete aggiornato i vostri dati, fatelo al più presto comunicandolo attraverso il sito CIK ed informando Vincenzo Caruso all’indirizzo disponibile nell’immagine.

Non avrete più scuse, bogu sempre in auto e tanto sudore!!

La mappa è disponibili qui.

 


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Lo Stage CIK

  English version

Crediamo che “Lo stage CIK” sia il titolo migliore per questo articolo.

Il tradizionale stage federale di Giugno ha sempre visto la presenza di almeno due Maestri giapponesi come guide del seminario e delle commissioni d’esame.

Con il weekend scorso la federazione ha invece assegnato entrambi i compiti ai suoi 7°dan:

Zago Lorenzo

Lancini  Livio

Murata Takuya

Moretti Gianfranco

Pomero Walter

Bolognesi Arialdo

credits – Sarah Bertozzi

credits – Sarah Bertozzi

Le pratica delle due giornate di Kendo è stata organizzata suddividendo i kenshi presenti a Modena in tre gruppi seguiti da tre coppie d’insegnanti.

Bolognesi e Pomero per praticanti fino al 2° dan, Moretti e Murata per kenshi 3° dan ed infine dal 4° dan in poi nel gruppo guidato da Lancini e Zago.

Lo stage che ho personalmente vissuto da vicino è stato quello curato da Murata Takuya, coadiuvato dal Presidente Moretti Gianfranco, che abbiamo personalmente rigranziato per l’intervista concessaci e pubblicata in due puntate qui e qui.

Nel rivedere Murata Sensei torna vivo in me il bellissimo ricordo del 1° seminario tecnico culturale in cui lo stesso Murata (al tempo 6°dan) assieme a Livio Lancini, illustrarono il concetto di SEN e l’enorme universo che vive dietro quelle tre lettere… Un seminario memorabile il cui racconto lo trovate qui e che vi confessiamo siamo soliti rileggere regolarmente.

Anche per questo racconto, come per lo stage sul SEN, cercheremo in punta di piedi di raccontare quello che abbiamo vissuto in questi due giorni.

La partenza del seminario è con i suburi, facendo molta, moltissima attenzione sul timing. Se in alcuni casi questo tipo di esercizio viene usato come fase di riscaldamento per i muscoli più sollecitati nel keiko, sabato è stato invece sottolineato quanto sia importante l’esecuzione del taglio subito dopo il comando del Maestro.

“Pensate che il mio comando sia il men dell’avversario”. Con questa semplice spiegazione l’intera fase dei suburi ha immediatamente assunto un sapore diverso.  Non un ritmo cadenzato ma veri e propri fendenti!

La seconda fase dell’allenamento di sabato mattina è stata concentrata sui kata, in particolare il primo. Il più difficile. Nel praticare Kendo spesso si ha la sensazione di vedere la parte dei kata e quella in bogu come due realtà legate solo per concetti astratti, in alcuni casi filosofici. Questo è parzialmente vero.

Nel rivedere e cercare di migliorare la nostra pratica dei kata, Murata Sensei non ha esitato a sottolineare sempre con dovizia di dettagli tecnici e culturali quanto il mondo del bokuto e quello dello shinai siano così vicini.

Considerando che l’intero stage era effettivamente mirato alla miglior preparazione possibile per gli esami di domenica, non sono mancati di certo i richiami ai requisiti necessari per il superamento del grado.

Se il taglio nel suburi doveva essere eseguito pensandolo come un controattacco, lo stesso doveva a maggior ragione avvenire nei kata: shi-dachi, nel rispondere all’attacco di uchi-dachi, deve immediatamente chiudere l’azione. Il M°Moretti ha inserito una nota davvero significativa che vogliamo condividere riassumendo brutalmente il concetto così: un buon kata lo si ascolta senza vederlo. Se il kiai “To” di shi-dachi non è una pronta risposta al kiai “Ya” di uchi-dachi, possiamo dire con certezza che non è stato ben eseguito.

Tantissime sono state poi le annotazioni fatte kata dopo kata, su moltissimi dettagli. Per non parlare poi di storia vera e propria, del percorso che il kendo, inteso come arte, ha vissuto per generare le 10 forme che pratichiamo ai giorni nostri. La profondissima sintesi delle oltre 150 scuole di spada giapponese, cercando di racchiudere quanti più elementi in modo di poterle rappresentare tutte, deve responsabilizzarci su quanto sia importante la corretta esecuzione nella loro interezza, Non solo forma, ma anche una tradizione da rispettare profondamente in ogni dettaglio, senza lasciare nulla al caso. Con consapevolezza.

Dopo aver provato i primi 7 kata, indossiamo il bogu ed entriamo nel mondo dello shinai.

A parte il gran caldo nell’indossare il bogu a Giugno, non si nota un’enorme differenza tra la pratica con bokuto e quella con shinai, quasi a conferma che il mondo dei suburi, dei kata e del keiko in bogu sono magicamente elementi presenti in un unico contenitore.

Il come preparare la base per questo tipo di approccio è come sempre nella parte inferiore del corpo.

Se qualcuno aveva infatti ancora dei dubbi sull’importanza dell’uso delle gambe per poter esprimere un buon kendo, ha avuto modo di capire quanto il movimento corretto delle gambe, ma soprattutto delle anche, sia una condizione basilare.

L’uso della gamba sinistra finalizzato a costruire il riferimento per un ma-ai corretto a seconda del tipo d’azione che si vuol costruire.

Non cadere quindi nel “tranello” che la distanza tra noi e l’avversario sia tra i due men, ma metabolizzare il fatto che la vera distanza è tra il nostro piede sinistro e quello del nostro compagno.

Non scaricare il peso del corpo sul piede destro così da esser più dinamici possibile.

Avere l’intera gamba sinistra ben distesa, non flessa e non bloccata.

Pensare ad okuri-ashi come un movimento di un unico tempo.

E tanto altro…

Dopo aver costruito una buona base fisica, con gambe ed anche pronte, si è iniziato a lavorare sugli arti superiori, sull’eseguire il caricamento del colpo affinchè il nostro shinai non si distaccasse da quello del nostro avversario od al massimo solo nell’ultimissima fase del movimento. E’ qui che il tema ricorrente dell’intero seminario s’inizia a far largo. La condizione imprescindibile per un kenshi 4°dan è voler a tutti i costi comunicare con il compagno/avversario anche per mezzo dello shinai. Saper ascoltare attentamente quello che “prova” il kendoka che abbiamo di fronte, scuotere in lui delle reazioni attraverso un seme forte, non esclusivamente fisico.

Il livello d’attenzione che il gruppo riversa nelle parole di Murata e Moretti è altissimo.

Nel programma generale dello stage, rientrava anche il mawarigeiko all’interno di ognuno dei tre gruppi. Uno dei veri punti di forza dell’intero seminario. Il potersi confrontare in jigeiko con compagni di un livello non troppo distante dal nostro, mettendoci in condizione di mettere in pratica tutti i suggerimenti avuti nel corso dello stage, è stato molto utile, anche in vista dell’esame.

La giornata di sabato si è conclusa con un jigeiko libero dove Maestri 6° e 7° dan fungevano da motodachi per tutti i presenti allo stage.

Tra l’attesa in fila per poter fare almeno un paio di jigeiko con i Maestri e sfruttare il tempo a disposizione cercando praticanti disponibili per avere quante più opportunità di jigeiko possibile, giunge al termine la primo giornata del weekend.

I feedback a fine stage, i commenti negli spogliatoi e gli sguardi che vediamo tra i vari presenti fanno traspirare una piacevole soddisfazione, ma siamo solo a metà!

Ci aspetta un’altra intensa giornata domenicale di kendo…

Gli impegni familiari mi costringono a rientrare a casa immediatamente, e nel rientro con Davide concordiamo sul fatto che sono tantissimi gli aspetti positivi di questa prima parte del seminario.

Domenica mattina si riprende dai kata ed in particolare dalle tre forme con kodachi. Alcuni di noi non le conoscono bene, e quindi Murata e Moretti devono mettere in campo tutte le loro capacità didattiche, di sintesi e di “pronto soccorso” per far sì che almeno coloro che si sottoporrano alla commissione d’esame abbiano i requisiti minimi per il superamento del grado.

Anche qui non mancano di certo gli elementi per vivere la pratica con bokuto con spirito pieno e ricco d’attenzione.

Il M° Moretti ed il M°Murata concordano sul fatto che è molto più utile evitare la pausa prevista da programma dopo i kata a favore invece di prove d’esame tra i presenti. Siamo tutti entusiasti della scelta!

La voglia di sfruttare al meglio quest’opportunità è tale che in pochissimo tempo tutti coloro che devono sostenere l’esame nel pomeriggio trovano un compagno per potersi sottoporre a questo test.

Le raccomandazioni sono pochissime, ma di una chiarezza lampante. Massima attenzione per l’etichetta, in particolar modo il saluto. Oltre ad assicurarsi di essere vestiti in modo impeccabile, viene posta altissima attenzione al rei-ho. Se non si entra in contatto con il nostro compagno sin dal saluto iniziale, è inutile proseguire con il jigeiko. Si è già bocciati. Riguardo invece ai jigeiko, si torna sull’argomento centrale, per non dire centralissimo, di questo weekend. Entrare in contatto con chi abbiamo di fronte. Il 4° dan è la porta per un kendo che va oltre la tecnica. Questa deve ovviamente rimanere! A tutto ciò che si è appreso finora dal punto di vista tecnico va aggiunto un approccio mentale e spirituale che porta a costruire l’azione in modo attivo. Non attaccare mai nella speranza di raccogliere nell’azione che si sta per compiere tutte le condizioni di yuko-datotsu, ma creare l’opportunità. Far emergere questa ricerca nel modo più chiaro possibile. Anche il ridurre il numero di azioni da eseguire è un elemento da non sottovalutare. Attaccare a ripetizione può essere spesso un segno che denota scarsa disponibilità al dialogo.

Arriva il momento del jigeiko finale.

Noto con profondo piacere il desiderio di tutti i motodachi di volersi concedere a quanti più kenshi possibile, anche a costo di ridurre la durata di ogni jigeiko.

E’ caldo, ma la stanchezza lascia il posto alla voglia di non sprecare neanche un secondo del tempo che abbiamo a disposizione. Soprattutto perchè si ha la consapevolezza che siamo quasi alla fine. Ed allora, dopo un rapido sguardo all’orologio, ci si rende conto che non c’è tempo per aspettare il proprio turno in fila e ci si butta in mischia con altri praticanti. Fino allo scoccare dell’ultimo secondo delle 13:00.

E’ finito lo stage.

Ci togliamo il men e Livio Lancini, a nome di tutti e sei gli insegnanti,  si alza in piedi per ringraziare i tanti presenti.

In quel preciso istante parte un applauso spontaneo, un lunghissimo applauso che arriva al cuore di tutti.

Si rompe l’equilibrio tra forma e sostanza.

Da popolo mediterraneo quale siamo, quando ci troviamo ad esprimere la gratitudine col cuore lo facciamo in modo evidente, quasi per poter avere la certezza che il senso di riconoscenza arrivi in modo inequivocabile.

Senza nemmeno pensare lontanamente che il kendo italiano possa fare a meno di guide provenienti dal Giappone, credo di poter dire a nomi di tanti che un’occasione di portata nazionale in cui il Kendo viene tramandato in modo più vicino alla nostro metodo inconscio ed alla nostra tradizione di apprendimento, è sicuramente un’esperienza da ripetere.

Non so quando o con quale cadenza, ma da semplice praticante quale sono, credo sia un aspetto che va almeno considerato.

Che dire poi delle sessioni d’esame…

Davide, il mio compagno di quest’avventura, ha superato brillantemente l’esame di 3° dan consolidando quindi le fondamenta del nostro dojo.

http://ikendenshin.wordpress.com/2014/06/09/3-dan-modena/

Alcuni amici superano gli esami ed altri purtroppo no, ma vogliamo chiudere questo racconto con una foto che a nostro avviso racchiude appieno lo spirito presente in questi due giorni di Kendo.

Lo stage CIK per me è stato questo. E per voi?