Kendo nelle Marche


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“Come on again!”

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Credits – Raffaele Calogero

Vi chiederete se vi trovate in un blog di cinema e lo comprendiamo.

In realtà questa battuta è stata il leitmotiv del seminario tenuto da Sumi Sensei a Torino lo scorso weekend.

I più attenti lettori del blog ricorderanno il post “Sumi Masatake – «se vuoi attaccare, vieni pure quando vuoi!»” ed è proprio a quel tipo di approccio che Sumi ha fatto riferimento.

Eseguire la tecnica e non appena terminata essere comunque pronti, mentalmente e fisicamente, pronunciando per l’appunto “come on again”.

Attorno a questo filo conduttore si sono avvolti aspetti tecnici molto interessanti.

Il primo è mantenere la postura corretta eseguendo da fermo le tecniche con fumikomi senza aggiungere neanche un piccolo passo dopo il colpo. Zero inerzia. Un passo, il colpo e stop. Esercizio dopo esercizio si poteva percepire concretamente il consolidamento della postura.

Un altro spunto interessante è stato il seme-ashi. Attraverso un passo lungo, generoso, con il piede destro nell’avanzare verso il compagno da toma si riesce ad evitare che il busto fletta in avanti.

Non è poi mancata una parte di allenamento fisico espressa durante uchikomi geiko e kakari geiko.

Nel kakarigeiko Sumi Sensei ha chiesto a kakarite di esercitare molta pressione per pochi attimi prima di attaccare e non di esplodere azioni a ripetizione come usualmente viene fatto in questo esercizio.

Ci sarebbe tanto altro da dire, ma non renderebbe giustizia al lavoro svolto dai Maestri Sumi e Tashiro oltre all’organizzazione dello Shubukan Torino.

Ci vediamo il prossimo stage?

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Shozo Kato – Shardana kendo

Lo scorso Giugno Kato Sensei, che abbiamo conosciuto a Gradara durante la 7° edizione del Trofeo dell’Adriatico, ha tenuto un seminario organizzato dagli amici sardi dello Shardana Kendo.

Di seguito l’ottima produzione video dell’evento.


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7° Seminario del Chianti

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Recarsi nel Chianti è sempre un gran piacere, è indiscutibilmente uno dei luoghi più belli d’Italia.

Se poi ci si abbina un bel “Weekendo”, non si può chiedere effettivamente di più.

E’ così che andata quindi per la 7° edizione del Seminario condotto dal M°Ishiyama che anche quest’anno è stato affiancato dal M° Yoneyama.

Sessione del sabato particolarmente intensa (o forse è così che l’ho sentita per le pochissime ore di sonno…), con molto dinamismo per portare a termine sia uchikomi geiko che kakari-geiko oltre ad un bel mawari-geiko.

Ottima soluzione per il pranzo quella studiata da Dado e compagni, pietanze giapponesi al di fuori del famoso sushi o sashimi direttamente dal ristorante Terravia.

Nella ripresa pomeridiana è stata poi data la possibilità a tutti di praticare shiai geiko, sia come shiasha che come shinpan.

La disponibilità dei Maestri nell’osservare, correggere ed ascoltare è un tesoro di un valore molto importante.

Un allenamento  ricco di spunti dalle Scuole di Polizia nutrono di curiosità i partecipanti e mantengono alta l’attenzione.

Dopo tanto sudore in questo pomeriggio di fine Maggio raggiungiamo il B&B dentro Colle Val d’Elsa. Qualche minuto di riposo per poi recarsi al Cresta Rossa, location del sayonara party.

Ottimo cibo in mezzo al verde ed un clima di festa davvero unico.

Decine di brindisi per l’ormai famoso Bicchi hanno stimolato la fantasia e la simpatia di Yoneyama Sensei che ha preparato un siparietto memorabile per dare il via poi ad una performance canora di gruppo che rimarrà negli annali dei sayonara party…

Portata a casa la pelle dopo una lunghissima giornata piena di keiko e festeggiamenti, ci prepariamo mentalmente alla domenica.

Kata, Ittoryu, Uchikomi e prove d’esame per tutti!

Eh si, nel pomeriggio tutti i presenti hanno avuto modo di provare davanti a due Maestri di altissimo livello il proprio esame ed avere immediatamente dopo una spiegazione su dove migliorare per superarlo al meglio. Occasione davvero unica!

Questo seminario ci lascia sempre dei preziosi doni nella valigia del ritorno. Amici, Kendo di qualità, Spirito e voglia di crescere assieme.

Alla prossima e grazie agli amici dell’Ittoryukai Valdelsa ed Ittoryukai Firenze per aver organizzato questo bellissimo seminario!

 


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Lo stage di Miyato Sensei

Dopo molto tempo torniamo con un report di stage sul campo!

L’occasione è delle più ghiotte e nonostante la distanza abbiamo potuto presenziare ad un bellissimo seminario tenuto da una bellissima persona oltre ad un Kendoka molto forte.
Stiamo parlando di Miyato Nobuyuki (Kyoshi 8°dan) venuto in Italia assieme Koyama Sensei nel 2013 e poi invitato varie volte da diversi club italiani per poterne apprezzare pienamente l’efficacia della sua didattica.

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credits – Raffaele Calogero

Assieme A Manuela e Maria Costanza di Rimini, ho intrapreso venerdì sera il lungo viaggio verso il Dynamic Dojo di La Loggia, storico dojo di arti marziali e
sede del Seminario in questione organizzato dallo Shubukan Torino e l’ASD Shisei.

Arriviamo in serata e troviamo una bella tavolata di kendoka impegnati tra pizza e birra.

La gentilissima Laura Imperiale ci accompagna al dojo dove pernotterò assieme ad altri kendoka.

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credits – Raffaele Calogero

La mattina seguente si parte ed il Maestro illustra quello che sarà il tema di tutto il seminario: la mano sinistra.

Come ovvio che sia per chi pratica Kendo da ormai diverso tempo, certi concetti sono ampiamente noti ma sappiamo altrettanto bene che il “come” vengono comunicati può “accendere lampadine” per progredire nello studio di tutti i giorni nei propri dojo.

Andiamo quindi dritti ai punti che sono, almeno per me, stati illuminanti.

La mano sinistra è quella che ha il compito di muovere lo shinai, sia nel caricamento che nella discesa dello shinai verso l’obiettivo.
Il Maestro ha evidenziato quanto sia importante che il fulcro del movimento sia posizionato proprio nella mano sinistra e non a metà tsuka o sotto la tsuba, sulla mano destra.

La mobilità che il polso sinistro deve avere può essere accomunata a quella che occorre per poter palleggiare un pallone da basket.
Se il polso è bloccato il pallone non rimbalza. Se è rilassato possiamo controllarne i movimenti e fare un buon tenouchi.

Un ulteriore punto su cui Miyato sensei ha posto l’accento è stato il modo d’impugnare lo shinai con la mano destra.
Alcuni praticanti credono che la mano destra molto rilassata li porti a non eccedere in forza durante tutte le fasi del colpo,
Ma nel fare tenouchi vi è il rischio di stringere troppo lo shinai irrigidendo tutta la parte destra, sia il polso che il braccio ma soprattutto la spalla.
Quindi, mano destra rilassata ma non in modo esagerato. Con questo approccio ci si deve aspettare anche la correzione relativo alla testa che si sposta all’indietro al momento dell’impatto nel bersaglio.

Altrettanto importante è concentrarsi sul monomi affinché la postura rimanga corretta ed invariata durante tutta l’azione.
Qualunque cosa accada i nostri occhi devono guardare attraverso il monomi.

Il Maestro tra un esercizio e l’altro ha poi fatto un passaggio sulla respirazione che secondo noi merita di essere riportato.
Come essere umani possiamo inspirare sia dalla bocca che dal naso, ma l’effetto che si ha con l’uno o l’altro modo è differente nella pratica.
Respirare con la bocca permette sì di far entrare più aria nei polmoni, ma aumenta anche il rischio di irrigidimento della parte superiore del corpo (vedi spalle), pertanto è preferibile respirare col naso prima dell’esecuzione del colpo.

Il programma del weekend a La Loggia prevedeva anche l’allenamento della Nazionale Italia che ha avuto luogo in modo specifico nella mattinata di domenica.

Chi come noi non era coinvolto da quella sessione ha potuto apprezzare la lezione di Livio Lancini che ha proseguito il lavoro sui polsi applicandolo al do, in particolar modo sulla costruzione del Men Kaeshi Do.

Gli spunti su cui riflettere sono tanti ed occorreranno anni per vederne i risultati a seguito di tanto sudore ma le parole del Maestro a fine stage devono darci energia per proseguire con impegno sulla Via della Spada.

“Posso insegnarvi la tecnica, ma la crescita nel Kendo dipende solo da voi”.

Inutile dire che ai prossimi Campionati per 8°dan che si terranno tra poco meno di un mese, Miyato Sensei sarà uno tra quelli per cui tiferemo!

Ecco la scheda del Maestro sulla pagina del 16° Torneo per 8°dan dal sito della federazione giapponese.

http://www.kendo.or.jp/competition/senbatsu-8dan/16th/playerlist/7386.html

Qui di seguito il video dello stage tenutosi lo scorso anno:


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Stage invernale CIK – EKF 2017

Siamo al Seminario autunnale di Kendo con esami CIK da 3 a 5 dan ed esami EKF di 6 e 7 dan. Evento condotto condotto da una delegazione ZNKR coadiuvata da 7° dan italiani.
I maestri giapponesi, componenti della delegazione sono: Saburo IwatateHanshi 8 Dan, Takao Fujiwara, Hanshi 8 Dan, Tatsuaki Kosaka, Hanshi 8 Dan.

E’ difficile scrivere un resoconto di uno stage di questo livello vista la quantità di elementi che hanno composto quella mistura di competenze, esperienze, sensazioni a cui i partecipanti potevano attingere.

Cominciamo da ciò che era più evidente. Il seminario, frutto di una collaborazione tra la Confederazione Italiana Kendo e la European Kendo Federation, ha registrato la massima affluenza tra tutti gli eventi mai organizzati dalla CIK. Oltre al numero, impressionante, saltava all’occhio anche l’internazionalità dei partecipanti. Ricordo di aver visto zekken con la bandiera Italiana, Giapponese, Francese, Svizzera, Finlandese, Danese, Spagnola, Turca, Croata ed Uruguaiana (e magari qualcuno mi è sfuggito). Alla luce di ciò, sono certo che chi ha preso parte all’evento abbia avuto la sensazione, come me, di far parte di qualcosa di grande.

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I partecipanti al seminario. Foto di Tugce Belin.

Per centrare il cuore del seminario, gli insegnamenti dei maestri, andiamo a Domenica mattina, quando Kosaka sensei (con un intervento di Fujiwara sensei) ci ha guidato in un intenso e poetico viaggio attraverso i valori e la visione della pratica del Kendo. E’ stato encomiabile il lavoro di Murata sensei e di Leonardo Brivio nel tradurre le parole dei maestri in Italiano ed in Inglese. Sono certo quindi di non render merito agli insegnamenti dei maestri ed al lavoro di traduzione andando a cercare di riassumere (a parole mie) l’insegnamento ricevuto. Vogliano e vogliate scusarmi se nel rendicontare quanto detto confondo qualche termine o commetto qualche imprecisione.

Murata sensei durante la spiegazione delle parole del Maestro.

Le prime osservazioni sono state in merito al termine “On” tradotto come riconoscenza e, altrove, come obbligo nei confronti di qualcuno.
Gli “On” evidenziati dal maestro sono stati: quello verso i nostri genitori (oya on), quello verso la patria, o meglio, verso il contesto sociale e culturale in cui viviamo, quello verso nostri insegnanti (shi no on) e quello verso i nostri compagni di pratica.

Esiste qualcuno che ci ha generati, una società che ci permette di intraprendere un cammino, degli insegnanti che tramandano un sapere e dei compagni indispensabili per poter praticare questa disciplina. Prenderne atto, essere riconoscenti con tutti loro, è alla base di tutto, è una condizione affinché possiamo dare il giusto valore a quel che stiamo facendo.

Per tradurre questa riconoscenza in realtà, ci sono stati proposti due motti:

“Siate la fonte della felicità degli altri”

“Siate fonte d’aiuto per gli altri”

Due espressioni estremamente semplici per chiarezza e, al contempo, drasticamente difficili da attuare.

Questa è predisposizione interiore alla pratica, lo spirito con il quale bisogna affrontare il lavoro quotidiano nel dojo.
Quest’altra semplice espressione:

“Praticare pienamente per tutta la vita”

Introduce la modalità con cui pensare allo shugyo: un impegno che non si protrae per la durata di un corso, per una fase della vita o fino al conseguimento di un traguardo. Piuttosto una costante nella nostra esistenza. Il Maestro ha indugiato a lungo su quel “pienamente” che sottolinea come la costanza della pratica deve avere anche una caratteristica qualitativa che sia di massimo coinvolgimento, partecipazione ed attenzione. Non basta esserci, bisogna esserci pienamente.
Questa pienezza, questa serietà deve avere anche delle connotazioni di obiettività. Quando veniamo colpiti, praticare con pienezza vuol dire chiedersi: “Cos’ha permesso al mio opponente di colpirmi? Dove ho avuto una lacuna?”. Allo stesso modo, quando mettiamo a segno un colpo, è necessario metter da parte l’entusiasmo e chiedersi: “Cosa manca a questo colpo per essere perfetto?” – perché perfetto non può essere – “Come sono riuscito a costruirlo?”

“Nessuno può sapere se alla fine del nostro percorso incontreremo il Satori (l’illuminazione) o se avremo solo tanti dubbi.
Quel che conta è non guardare indietro ma andare avanti e continuare a praticare”

Con questa massima, scritta con la metrica propria delle poesie, insisteva sul concetto di Shugyo per tutta la vita, pur senza sapere se si va incontro al Satori o solamente a tanti dubbi.

Il maestro conclude quest’interessantissima lezione con un’ulteriore visione secondo la quale la pratica del kendo corrisponde a “tante montagne, tante nuvole”.
L’immagine disegnata da questo motto è quella di una montagna dietro l’altra. Una volta raggiunta, probabilmente con difficoltà, la cima della prima montagna, si scorge una seconda ancora più alta. Scalata la vetta della seconda, ecco una terza più maestosa. E così via.
Se ciò non bastasse, tra una montagna e l’altra ci sono banchi di nuvole che ci fanno rischiare di perdere la strada.
Ecco a cosa corrisponde la pratica del Kendo: ad una serie di difficoltà da affrontare sempre maggiori (montagne), in un contesto colmo di insidie (nuvole).

Proprio grazie a questo concetto mi è facile tornare all’allenamento del Sabato mattina, basato sullo studio dei “Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho”.
“Niente di complicato” penseranno i più. Ho avuto la fortuna però di poterli studiare proprio nelle vicinanze di uno dei nanadan europei che coadiuvavano i maestri durante il seminario.
Probabilmente la mia supponenza nel “conoscere” questi kata consisteva nell’aver scalato la prima montagna, la più bassa. E’ stato scioccante scoprire che davanti c’era una montagna ben più grande: persino il primo men del primo kata era difettoso.
Bisognava ricominciare tutto da capo.

Lo studio di questi kata si colloca in una didattica che passa per queste tre fasi:

Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho
Nihon kendo no kata
– Pratica con lo shinai

Il senso di questo percorso è quello di costruire una consapevolezza della spada prima di iniziare a scambiare colpi con uno shinai.
Lo stesso percorso è stato quello proposto dai Maestri. Lo studio dei Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho ha infatti preceduto la ripetizione delle stesse tecniche con shinai e bogu.
L’obiettivo è quello di attuare un colpo tecnicamente corretto con “ki ken tai no ichi” nel preciso istante in cui l’occasione, il suki (debolezza di spirito, della tecnica o della guardia dell’avversario) si palesa.
Questo tempismo è detto “ichi bioshi” (un sol respiro o un sol battito) ed è realizzabile solo grazie ad una pratica instancabile, continua e corretta.

Come spesso accade l’attenzione dei Maestri era più rivolta alla postura, alla posizione della testa, dei piedi, delle spalle che non alla velocità o la forza con la quale viene portato un colpo.
Anche questo si rispecchia nel percorso citato che vuole che innanzi tutto si curi la forma e la consapevolezza che quel che maneggiamo non è un manufatto di bamboo, ma una spada.

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Embu dei Kata Bokuto ni yoru Kendo kihon waza keiko ho. Al termine il Maestro si è complimentato con Angela Papaccio per aver vissuto il momento con tanta intensità (pienezza) da esser arrivata con il fiato corto al termine del nono kata.

Durante il seminario ci sono stati due momenti per il jigeiko: un lunghissimo mawarigeiko (un’ora circa) al termine di Sabato pomeriggio ed un jigeiko libero al termine di Domenica mattina.

Infine giungiamo alle sessioni d’esame dal 3° dan al 7° dan. Non essendo coinvolto negli esami non posso che unirmi alle congratulazioni rivolte sia a chi ha sostenuto con esito positivo la prova che a chi, con forse meno soddisfazione, ha comunque accettato di porre il suo operato (ed il suo cammino) al giudizio altrui affinché ne fosse valutata la qualità.

Spero di esser riuscito a trasmettere in queste poche e confuse righe lo spessore di quest’evento. Se ho imparato qualcosa è mio dovere ora rispettare l’on verso i maestri europei e giapponesi che hanno messo il loro sapere a nostra disposizione; l’on verso la patria che tramite le istituzioni CIK e EKF hanno reso possibile quest’evento affinché i praticanti europei possano vivere esperienze di questo livello; l’on verso i miei compagni di pratica: Paolo, Laura e Michela che hanno condiviso con me la trasferta a Modena e tutti gli altri con i quali, nel dojo, cercheremo di mettere a frutto quanto appreso. Per l’on verso i miei genitori, me la vedrò privatamente… 😉

Grazie a tutti.

 


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Kitamoto 2017, “Andata e ritorno”

Kitamoto 2017, “Andata e ritorno”
(44th Foreign Kendo Leaders’ Summer Seminar 2017)

A seguito della presentazione di un curriculum accompagnato da una richiesta formale, mi sono visto recapitare un messaggio di posta elettronica dalla CIK che mi comunicava essere uno dei due fortunati prescelti che quest’anno avrebbero potuto prendere parte al seminario per istruttori stranieri di Kitamoto. Evento organizzato dall’International Kendo Federation (FIK), giunto alla sua quarantaquattresima edizione.

Mercoledì 19 luglio, nel primo meriggio, la partenza da Fiumicino con il solito scalcagnato aereo Alitalia; arrivo a Narita giovedì 20 a mattina. Mi trasferisco a Shinjuku dove dei vecchi amici sono ad attendermi. Noto piccoli cambiamenti in questi ultimi anni che sono mancato, addirittura un ristorante vegano nel cuore di Tokyo. Il cibo nemmeno troppo male. Seratona amarcord tra le mille luci della notte giapponese.

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新宿区の夜。

Il giorno dopo in mattinata mi incontro con l’altro fortunello italiano che, come me, potrà gioire di un’intera settimana passata a dormire per terra. Strada facendo raccattiamo un ragazzo di Macao e un russo stagionato che, appare evidente, non capisce una sola parola di inglese. Formata l’allegra armata brancaleone prendiamo il treno e arriviamo nella ridente Kitamoto. Seguiamo le dettagliatissime informazioni forniteci ed eccoci raggiungere finalmente il Gedatsu-kai Kenshū Center, la nostra prigione per i prossimi sette giorni. All’arrivo troviamo il gentilissimo staff della ZNKR che ci elargisce tutto il necessario per passare la settimana in allegria. Noi italiani veniamo assegnati alla stanza 301, in compagnia di due brasiliani, un cileno, un ecuadoregno, un dominicano, un maltese e un portoghese. Contando il maltese siamo ben tre persone a favellare la lingua «del bel paese là dove ‘l sì suona», il resto della stanza si divide invece equamente tra portoghese e spagnolo, ma la lingua franca, qui e ovunque durante la settimana, è l’inglese. Mi approprio del mio angoletto dove dispongo la mia stuoia, o futon che dir si voglia, e predispongo il fortino di cosemie intorno al giaciglio.

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L’allegra camerata.

Dopo poco ci si riunisce tutti in sala mensa, dove i maggiorenti del seminario ci declamano le regole da rispettare durante tutto l’evento. Nulla di troppo severo, so di carceri che tutto sommato forse se la passano peggio.

Nel pomeriggio è previsto un breve allenamento, più un riscaldamento che altro, a cui segue la cerimonia di apertura con la presentazione dei tanti importanti maestri presenti. Arriva per un saluto particolare anche il presidente della federazione giapponese, il maestro Fujio Cho. Il dojo è ovviamente maestoso, e da subito è facile vedere l’alta qualità sia degli insegnanti che dei praticanti accorsi.

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Andando al dojo.

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L’imponente dispiegamento di bevande (tè all’orzo, acqua e bevanda energetica) nel dojo.

La giornata si conclude con un festeggiamento di benvenuto, introdotto da lunghissime e, immagino, dottissime prolusioni, del sindaco di Kitamoto, di tutto un nugolo di autorità e da non so chi altri. Fame e stanchezza avevano ormai scavato in profondità nei corpi e negli animi dei presenti, la quasi totalità infatti, con istinto predatorio e bava alla bocca, guatava ipnoticamente le bevande e i cibi presenti sui tavoli imbanditi, in attesa solo del rompete le righe che avrebbe dato inizio al baccanale. Non essendoci praticamente quasi nulla di vegano in sala, al termine dei festeggiamenti inauguro la prima delle mie tante sortite notturne al kombini di zona, dove potrò pascermi di manicaretti tipo il panino di gomma alla soba o il mochi fritto con ripieno di sesamo. A onor del vero anche gli onigiri alla prugna sono andati forti. Il tutto innaffiato da copiose libagioni di pocari suetto e tōnyū fruttato (altre leccornie purtroppo non reperibili in Italia…).

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il mio cibo preferito in Giappone. Non da tutti.

Complici i precedenti giorni di sbattimento, e la disabitudine a dormire in una camerata tipo militare, riesco ad appisolarmi per ben due ore prima di alzarmi per l’asageiko mattutino delle 5:00. Allenamento non obbligatorio ma a cui quasi tutti presenziamo. Si va quindi nel dojo e ci si prende allegramente a mazzate, prima coi Maestri e poi tra di noi. Piccola pausa e alle 6:30 inizia il primo allenamento mattutino, che si protrarrà fino alle 7:30. Alle 8:10 la colazione. Puntuali in sala mensa, si attende l'”itadakimasu” del capo delegazione ZNKR per iniziare a desinare con malcelata voracità. Per me l’orario dei pasti sarà sempre un momento di (s)piacevoli scoperte, vista non solo l’abitudine locale di fare colazione con cose tipo merluzzo o puteolenti brodaglie varie al miso, ma anche per la scarsa propensione al veganesimo, che mi ha ogni volta portato a imbastire un do ut des barattifero nel tentativo di ottenere quanto più cibo edibile possibile. Ma a dispetto delle peculiari abitudini alimentari locali, grazie soprattutto agli Dèi orientali del Kombini: San Lawson, San SevenEleven, San FamilyMarto et alii, la sopravvivenza è comunque sempre stata assicurata dalle ampie scorte fatte nottetempo. Ancora oggi li ricordo nelle mie preghiere. Finita la colazione di pesce e alghe si torna in stanza a provare a sonnacchiare, ma per le 9:30 bisogna essere di nuovo al dojo per il secondo allenamento mattutino, che terminerà alle 11:40. Chi riesce a trovare il tempo si fa un bel bagno alla giapponese, sacrosanta abitudine che bisognerebbe in qualche maniera re-introdurre anche da noi, e alle 12:10 si pranza. Solito rituale con le stanze divise per tavoli e l’attesa del comando per iniziare a mangiare. A fine pasto c’è anche il programma della giornata. Poi a turno, tutte le stanze saranno di corvée per la pulizia della mensa, del dojo, dei bagni e dell’o-furo. Io, dall’alto delle mie due ore di sonno, barcollo fino alla mia stanza per assopirmi in un sonno profondissimo di una quarantina di minuti, dopodiché di corsa al dojo per l’allenamento pomeridiano 14:00-17:30. Terminato il quale trovo eroicamente il tempo per andarmene all’o-furo per un riposante bagno-sauna. Alle 18:30 cena e poi liberi. Alle 10:00 vengono spente le luci, ma c’è chi imperterrito continua a fare sbisboccia, soprattutto i maledetti caciaroni della stanza attigua… Con due sole ore di sonno delle ultime quarantotto, una volta arrivato sul futon crollo in un sonno senza sogni turbato solo dal cicalio dell’allarme che mi annuncia l’inizio delle ostilità mattutine, quindi asageiko allenamento colazione allenamento pranzo allenamento cena. Questa volta, e per le successive, ci terranno impegnati anche nel post-cena con seminari sul doping o la riparazione del bogu. Meditando vendetta sui chiassosi vicini caracollo sullo stuoino che qui in Giappone equiparano al letto e muoio di una dolce morte senza luci né suoni.

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Sensei-gata ni rei.

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Il mio momento preferito della giornata: i kata.

Domenica 23 luglio la giornata è meno impegnativa, ci portano a Tokyo, al Budokan, al tempio delle arti marziali e, specificamente, del kendo, a vedere i campionati nazionali giapponesi dei bambini, gli Zen Nippon Shōnen Shōjo Budō Kendō Rensei Taikai. L’impressione è veramente imponente. Arriviamo nel mentre del riscaldamento, con una pipinara di diverse migliaia di bambini urlanti che fanno kirikaeshi o uchikomigeiko. Dopo poco inizia la cerimonia di apertura, un’unica lunga processione di bambini che durante una mezz’oretta sfilano compatti al suono di una marcia dal sapore militare, assiepando l’arena in ogni ordine di posti.

Si prosegue con la solita prolissa cerimonia che, tra una chiacchiera e una premiazione, si protrae per almeno un’altra ora. C’è anche un saluto ufficiale verso di noi, i gaijin buffi che provano a fare le cose da giapponesi. Partita la competizione mi faccio un giro del posto e compro qualche regalino da portare in Italia. Dopo poco veniamo riacciuffati e riportati a Kitamoto. Pranzo, allenamento e seminario serale.

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In tribuna d’onore.

Diciamo che i restanti giorni si susseguiranno grossomodo alla stessa maniera. Per una persona mediamente allenata è un’esperienza fattibile, non sarebbe d’altronde possibile pretendere di fare tre/quattro allenamenti a cannone al giorno; quello che veramente debilita è il ritmo. In tutta la settimana di Kitamoto si ha infatti ben poco tempo per fare altro che non sia kendo, tanto sono ravvicinati i tempi dei vari appuntamenti, tutti intervallati da massimo un’oretta. Ritmo che anch’io, che mi considero tra i mediamente allenati, ho pesantemente subito. Tanto da iniziare a mettere le tacche sul calendario per contare i giorni all’alba.

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La mitica stanza 301, regno dell’ordine maniacale e della disciplina più ferrea.

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Il lazzaretto manzoniano presente nella nostra stanza.

Riguardo ai temi toccati durante il seminario, sono stati molti e varii. Mitsuru Hamasaki sensei si è occupato di sviscerare nei minimi particolari sia i kendo no kata, che i Kata Bokuto ni yoru Kendo kihon waza keiko ho, a cui giornalmente dedicavamo almeno un’ora, coadiuvato in questo da Hiroaki Tanaka sensei. Susumu Nagao sensei invece è stato a capo dell’insegnamento del kendo in bogu, quindi kirikaeshi, kakarigeiko, uchikomigeiko e quant’altro. Grande attenzione è stata anche dedicata al modo corretto di fare suburi. Si sono guardati in particolare anche aspetti solitamente trascurati come il riscaldamento o l’atteggiamento da tenere nel dojo. A ciò vanno aggiunte lezioni sull’arbitraggio, di solito appannaggio di Koji Kasamura sensei, e simulazioni di gara. Durante il seminario è stato un continuo viavai di ottavi dan, sovente hanshi, e settimi dan, che si alternavano o davano insegnamenti su temi specifici. Il penultimo giorno c’è stata anche una piccola gara tra stanze. Il nostro gruppo europeo/sudamericano è andato avanti fino alla semifinale, cedendo il passo ai chiassosi della stanza 302, sconfitti a loro volta in finale dalla stanza 306.

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Ogni occasione è buona per del buon(?) jodan no kamae.

L’ultimo giorno ci siamo allenati come solito la mattina e nel primo pomeriggio, per poi lasciare spazio alla cerimonia di chiusura, con consegna di diplomi e attestati varii. La sera sayonara party con ogni stanza che ha improvvisato uno spettacolino comico. Pure noi. Divertentissimo e professionale il siparietto offerto dai nostri babelici vicini della stanza 302, che infatti hanno vinto il premio come migliore rappresentazione della serata.

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La stanza 301 al completo.

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Nuovi amici, Soleiman dall’Iran. Decisamente sorpreso nel sapermi ammiratore della figura dello shah di Persia Reza Pahlavi, e da sempre amico del popolo iraniano.

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Nuovi amici, Dimitris dalla Grecia.

La mattina di venerdì 28 luglio si tolgono le tende. Rimane chi deve dare l’esame. Saluto i tanti nuovi amici con cui per una settimana ho condiviso asprezze e risate e mi accomiato con la promessa di incrociare nuovamente quanto prima gli shinai.

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Si lasciano le stanze, gli erranti – che, ricordiamo sempre, NON sono perduti – si rimettono nuovamente in cammino per le strade del mondo.

Torno a Shinjuku, ho altri amici da salutare prima che torni in Italia.

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Compere importantissime a Tokyo.

Sabato ho un’occorrenza per me molto importante. Esattamente dieci anni fa iniziai il mio studio del kendo sotto la direzione del Maestro Masashi Chiba. Andai a trovarlo dove al tempo insegnava, l’università Hitotsubashi di Tokyo, dove negli anni sono spesso tornato. Purtroppo l’anno scorso il Maestro ci ha lasciati, e dopo il funerale avevo promesso alla signora Chiba che sarei passato quanto prima a trovarla. L’appuntamento è nella tarda mattinata, la signora arriva in bicicletta, energica come sempre, cosa che non sorprende chi sa che è stata una fortissima pallavolista, membro della squadra che vinse l’oro alle olimpiadi di Tokyo del 1964. Passiamo prima per una visita al cimitero e poi a casa della signora, che come nelle occasioni scorse non manca di preparare un pasto 100% vegano per lo scrivente.

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Vegano e tradizionale giapponese, si può.

Ritorno nella stanza dei trofei di casa Chiba e noto una nuova onorificenza, conferita post mortem dall’imperatore, unica nel suo genere mi dice la signora. Il tempo vola tra i ricordi e lo scambio di regali e sono nuovamente sul treno per tornare a Shinjuku. In serata altri amici da andare a trovare e regali da dare. Domenica mattina si conclude questa mia ennesima esperienza nipponica, il volo Alitalia mi riporta verso casa e, dopo una settimana di risi&bisi e zuppette al miso, anche verso l’agognato momento in cui potrò nuovamente riassaporare del vero e sano cibo italico.

Altre foto ai seguenti link:

https://www.kendo-fik.org/english-page/english-page2/kendo-summer-seminar.htm
https://www.kendo-fik.org/english-page/Summer-Seminar2017-Pictures.html

Maurizio Ricci

Presidente del “Kendo Roma Hic Sunt Leones”

Dojo sito in Lungotevere Dante 313 a Roma.

Contatti:
www.facebook.com/kendoromahsl
www.kendo-roma.it

Orari:
martedì e giovedì 20:30 – 22:30;

sabato 16:30 – 18:30 bambini;

sovente seminari nel fine settimana.