Kendo nelle Marche


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7° Seminario del Chianti

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Recarsi nel Chianti è sempre un gran piacere, è indiscutibilmente uno dei luoghi più belli d’Italia.

Se poi ci si abbina un bel “Weekendo”, non si può chiedere effettivamente di più.

E’ così che andata quindi per la 7° edizione del Seminario condotto dal M°Ishiyama che anche quest’anno è stato affiancato dal M° Yoneyama.

Sessione del sabato particolarmente intensa (o forse è così che l’ho sentita per le pochissime ore di sonno…), con molto dinamismo per portare a termine sia uchikomi geiko che kakari-geiko oltre ad un bel mawari-geiko.

Ottima soluzione per il pranzo quella studiata da Dado e compagni, pietanze giapponesi al di fuori del famoso sushi o sashimi direttamente dal ristorante Terravia.

Nella ripresa pomeridiana è stata poi data la possibilità a tutti di praticare shiai geiko, sia come shiasha che come shinpan.

La disponibilità dei Maestri nell’osservare, correggere ed ascoltare è un tesoro di un valore molto importante.

Un allenamento  ricco di spunti dalle Scuole di Polizia nutrono di curiosità i partecipanti e mantengono alta l’attenzione.

Dopo tanto sudore in questo pomeriggio di fine Maggio raggiungiamo il B&B dentro Colle Val d’Elsa. Qualche minuto di riposo per poi recarsi al Cresta Rossa, location del sayonara party.

Ottimo cibo in mezzo al verde ed un clima di festa davvero unico.

Decine di brindisi per l’ormai famoso Bicchi hanno stimolato la fantasia e la simpatia di Yoneyama Sensei che ha preparato un siparietto memorabile per dare il via poi ad una performance canora di gruppo che rimarrà negli annali dei sayonara party…

Portata a casa la pelle dopo una lunghissima giornata piena di keiko e festeggiamenti, ci prepariamo mentalmente alla domenica.

Kata, Ittoryu, Uchikomi e prove d’esame per tutti!

Eh si, nel pomeriggio tutti i presenti hanno avuto modo di provare davanti a due Maestri di altissimo livello il proprio esame ed avere immediatamente dopo una spiegazione su dove migliorare per superarlo al meglio. Occasione davvero unica!

Questo seminario ci lascia sempre dei preziosi doni nella valigia del ritorno. Amici, Kendo di qualità, Spirito e voglia di crescere assieme.

Alla prossima e grazie agli amici dell’Ittoryukai Valdelsa ed Ittoryukai Firenze per aver organizzato questo bellissimo seminario!

 

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Lo stage di Miyato Sensei

Dopo molto tempo torniamo con un report di stage sul campo!

L’occasione è delle più ghiotte e nonostante la distanza abbiamo potuto presenziare ad un bellissimo seminario tenuto da una bellissima persona oltre ad un Kendoka molto forte.
Stiamo parlando di Miyato Nobuyuki (Kyoshi 8°dan) venuto in Italia assieme Koyama Sensei nel 2013 e poi invitato varie volte da diversi club italiani per poterne apprezzare pienamente l’efficacia della sua didattica.

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credits – Raffaele Calogero

Assieme A Manuela e Maria Costanza di Rimini, ho intrapreso venerdì sera il lungo viaggio verso il Dynamic Dojo di La Loggia, storico dojo di arti marziali e
sede del Seminario in questione organizzato dallo Shubukan Torino e l’ASD Shisei.

Arriviamo in serata e troviamo una bella tavolata di kendoka impegnati tra pizza e birra.

La gentilissima Laura Imperiale ci accompagna al dojo dove pernotterò assieme ad altri kendoka.

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credits – Raffaele Calogero

La mattina seguente si parte ed il Maestro illustra quello che sarà il tema di tutto il seminario: la mano sinistra.

Come ovvio che sia per chi pratica Kendo da ormai diverso tempo, certi concetti sono ampiamente noti ma sappiamo altrettanto bene che il “come” vengono comunicati può “accendere lampadine” per progredire nello studio di tutti i giorni nei propri dojo.

Andiamo quindi dritti ai punti che sono, almeno per me, stati illuminanti.

La mano sinistra è quella che ha il compito di muovere lo shinai, sia nel caricamento che nella discesa dello shinai verso l’obiettivo.
Il Maestro ha evidenziato quanto sia importante che il fulcro del movimento sia posizionato proprio nella mano sinistra e non a metà tsuka o sotto la tsuba, sulla mano destra.

La mobilità che il polso sinistro deve avere può essere accomunata a quella che occorre per poter palleggiare un pallone da basket.
Se il polso è bloccato il pallone non rimbalza. Se è rilassato possiamo controllarne i movimenti e fare un buon tenouchi.

Un ulteriore punto su cui Miyato sensei ha posto l’accento è stato il modo d’impugnare lo shinai con la mano destra.
Alcuni praticanti credono che la mano destra molto rilassata li porti a non eccedere in forza durante tutte le fasi del colpo,
Ma nel fare tenouchi vi è il rischio di stringere troppo lo shinai irrigidendo tutta la parte destra, sia il polso che il braccio ma soprattutto la spalla.
Quindi, mano destra rilassata ma non in modo esagerato. Con questo approccio ci si deve aspettare anche la correzione relativo alla testa che si sposta all’indietro al momento dell’impatto nel bersaglio.

Altrettanto importante è concentrarsi sul monomi affinché la postura rimanga corretta ed invariata durante tutta l’azione.
Qualunque cosa accada i nostri occhi devono guardare attraverso il monomi.

Il Maestro tra un esercizio e l’altro ha poi fatto un passaggio sulla respirazione che secondo noi merita di essere riportato.
Come essere umani possiamo inspirare sia dalla bocca che dal naso, ma l’effetto che si ha con l’uno o l’altro modo è differente nella pratica.
Respirare con la bocca permette sì di far entrare più aria nei polmoni, ma aumenta anche il rischio di irrigidimento della parte superiore del corpo (vedi spalle), pertanto è preferibile respirare col naso prima dell’esecuzione del colpo.

Il programma del weekend a La Loggia prevedeva anche l’allenamento della Nazionale Italia che ha avuto luogo in modo specifico nella mattinata di domenica.

Chi come noi non era coinvolto da quella sessione ha potuto apprezzare la lezione di Livio Lancini che ha proseguito il lavoro sui polsi applicandolo al do, in particolar modo sulla costruzione del Men Kaeshi Do.

Gli spunti su cui riflettere sono tanti ed occorreranno anni per vederne i risultati a seguito di tanto sudore ma le parole del Maestro a fine stage devono darci energia per proseguire con impegno sulla Via della Spada.

“Posso insegnarvi la tecnica, ma la crescita nel Kendo dipende solo da voi”.

Inutile dire che ai prossimi Campionati per 8°dan che si terranno tra poco meno di un mese, Miyato Sensei sarà uno tra quelli per cui tiferemo!

Ecco la scheda del Maestro sulla pagina del 16° Torneo per 8°dan dal sito della federazione giapponese.

http://www.kendo.or.jp/competition/senbatsu-8dan/16th/playerlist/7386.html

Qui di seguito il video dello stage tenutosi lo scorso anno:


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Stage invernale CIK – EKF 2017

Siamo al Seminario autunnale di Kendo con esami CIK da 3 a 5 dan ed esami EKF di 6 e 7 dan. Evento condotto condotto da una delegazione ZNKR coadiuvata da 7° dan italiani.
I maestri giapponesi, componenti della delegazione sono: Saburo IwatateHanshi 8 Dan, Takao Fujiwara, Hanshi 8 Dan, Tatsuaki Kosaka, Hanshi 8 Dan.

E’ difficile scrivere un resoconto di uno stage di questo livello vista la quantità di elementi che hanno composto quella mistura di competenze, esperienze, sensazioni a cui i partecipanti potevano attingere.

Cominciamo da ciò che era più evidente. Il seminario, frutto di una collaborazione tra la Confederazione Italiana Kendo e la European Kendo Federation, ha registrato la massima affluenza tra tutti gli eventi mai organizzati dalla CIK. Oltre al numero, impressionante, saltava all’occhio anche l’internazionalità dei partecipanti. Ricordo di aver visto zekken con la bandiera Italiana, Giapponese, Francese, Svizzera, Finlandese, Danese, Spagnola, Turca, Croata ed Uruguaiana (e magari qualcuno mi è sfuggito). Alla luce di ciò, sono certo che chi ha preso parte all’evento abbia avuto la sensazione, come me, di far parte di qualcosa di grande.

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I partecipanti al seminario. Foto di Tugce Belin.

Per centrare il cuore del seminario, gli insegnamenti dei maestri, andiamo a Domenica mattina, quando Kosaka sensei (con un intervento di Fujiwara sensei) ci ha guidato in un intenso e poetico viaggio attraverso i valori e la visione della pratica del Kendo. E’ stato encomiabile il lavoro di Murata sensei e di Leonardo Brivio nel tradurre le parole dei maestri in Italiano ed in Inglese. Sono certo quindi di non render merito agli insegnamenti dei maestri ed al lavoro di traduzione andando a cercare di riassumere (a parole mie) l’insegnamento ricevuto. Vogliano e vogliate scusarmi se nel rendicontare quanto detto confondo qualche termine o commetto qualche imprecisione.

Murata sensei durante la spiegazione delle parole del Maestro.

Le prime osservazioni sono state in merito al termine “On” tradotto come riconoscenza e, altrove, come obbligo nei confronti di qualcuno.
Gli “On” evidenziati dal maestro sono stati: quello verso i nostri genitori (oya on), quello verso la patria, o meglio, verso il contesto sociale e culturale in cui viviamo, quello verso nostri insegnanti (shi no on) e quello verso i nostri compagni di pratica.

Esiste qualcuno che ci ha generati, una società che ci permette di intraprendere un cammino, degli insegnanti che tramandano un sapere e dei compagni indispensabili per poter praticare questa disciplina. Prenderne atto, essere riconoscenti con tutti loro, è alla base di tutto, è una condizione affinché possiamo dare il giusto valore a quel che stiamo facendo.

Per tradurre questa riconoscenza in realtà, ci sono stati proposti due motti:

“Siate la fonte della felicità degli altri”

“Siate fonte d’aiuto per gli altri”

Due espressioni estremamente semplici per chiarezza e, al contempo, drasticamente difficili da attuare.

Questa è predisposizione interiore alla pratica, lo spirito con il quale bisogna affrontare il lavoro quotidiano nel dojo.
Quest’altra semplice espressione:

“Praticare pienamente per tutta la vita”

Introduce la modalità con cui pensare allo shugyo: un impegno che non si protrae per la durata di un corso, per una fase della vita o fino al conseguimento di un traguardo. Piuttosto una costante nella nostra esistenza. Il Maestro ha indugiato a lungo su quel “pienamente” che sottolinea come la costanza della pratica deve avere anche una caratteristica qualitativa che sia di massimo coinvolgimento, partecipazione ed attenzione. Non basta esserci, bisogna esserci pienamente.
Questa pienezza, questa serietà deve avere anche delle connotazioni di obiettività. Quando veniamo colpiti, praticare con pienezza vuol dire chiedersi: “Cos’ha permesso al mio opponente di colpirmi? Dove ho avuto una lacuna?”. Allo stesso modo, quando mettiamo a segno un colpo, è necessario metter da parte l’entusiasmo e chiedersi: “Cosa manca a questo colpo per essere perfetto?” – perché perfetto non può essere – “Come sono riuscito a costruirlo?”

“Nessuno può sapere se alla fine del nostro percorso incontreremo il Satori (l’illuminazione) o se avremo solo tanti dubbi.
Quel che conta è non guardare indietro ma andare avanti e continuare a praticare”

Con questa massima, scritta con la metrica propria delle poesie, insisteva sul concetto di Shugyo per tutta la vita, pur senza sapere se si va incontro al Satori o solamente a tanti dubbi.

Il maestro conclude quest’interessantissima lezione con un’ulteriore visione secondo la quale la pratica del kendo corrisponde a “tante montagne, tante nuvole”.
L’immagine disegnata da questo motto è quella di una montagna dietro l’altra. Una volta raggiunta, probabilmente con difficoltà, la cima della prima montagna, si scorge una seconda ancora più alta. Scalata la vetta della seconda, ecco una terza più maestosa. E così via.
Se ciò non bastasse, tra una montagna e l’altra ci sono banchi di nuvole che ci fanno rischiare di perdere la strada.
Ecco a cosa corrisponde la pratica del Kendo: ad una serie di difficoltà da affrontare sempre maggiori (montagne), in un contesto colmo di insidie (nuvole).

Proprio grazie a questo concetto mi è facile tornare all’allenamento del Sabato mattina, basato sullo studio dei “Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho”.
“Niente di complicato” penseranno i più. Ho avuto la fortuna però di poterli studiare proprio nelle vicinanze di uno dei nanadan europei che coadiuvavano i maestri durante il seminario.
Probabilmente la mia supponenza nel “conoscere” questi kata consisteva nell’aver scalato la prima montagna, la più bassa. E’ stato scioccante scoprire che davanti c’era una montagna ben più grande: persino il primo men del primo kata era difettoso.
Bisognava ricominciare tutto da capo.

Lo studio di questi kata si colloca in una didattica che passa per queste tre fasi:

Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho
Nihon kendo no kata
– Pratica con lo shinai

Il senso di questo percorso è quello di costruire una consapevolezza della spada prima di iniziare a scambiare colpi con uno shinai.
Lo stesso percorso è stato quello proposto dai Maestri. Lo studio dei Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho ha infatti preceduto la ripetizione delle stesse tecniche con shinai e bogu.
L’obiettivo è quello di attuare un colpo tecnicamente corretto con “ki ken tai no ichi” nel preciso istante in cui l’occasione, il suki (debolezza di spirito, della tecnica o della guardia dell’avversario) si palesa.
Questo tempismo è detto “ichi bioshi” (un sol respiro o un sol battito) ed è realizzabile solo grazie ad una pratica instancabile, continua e corretta.

Come spesso accade l’attenzione dei Maestri era più rivolta alla postura, alla posizione della testa, dei piedi, delle spalle che non alla velocità o la forza con la quale viene portato un colpo.
Anche questo si rispecchia nel percorso citato che vuole che innanzi tutto si curi la forma e la consapevolezza che quel che maneggiamo non è un manufatto di bamboo, ma una spada.

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Embu dei Kata Bokuto ni yoru Kendo kihon waza keiko ho. Al termine il Maestro si è complimentato con Angela Papaccio per aver vissuto il momento con tanta intensità (pienezza) da esser arrivata con il fiato corto al termine del nono kata.

Durante il seminario ci sono stati due momenti per il jigeiko: un lunghissimo mawarigeiko (un’ora circa) al termine di Sabato pomeriggio ed un jigeiko libero al termine di Domenica mattina.

Infine giungiamo alle sessioni d’esame dal 3° dan al 7° dan. Non essendo coinvolto negli esami non posso che unirmi alle congratulazioni rivolte sia a chi ha sostenuto con esito positivo la prova che a chi, con forse meno soddisfazione, ha comunque accettato di porre il suo operato (ed il suo cammino) al giudizio altrui affinché ne fosse valutata la qualità.

Spero di esser riuscito a trasmettere in queste poche e confuse righe lo spessore di quest’evento. Se ho imparato qualcosa è mio dovere ora rispettare l’on verso i maestri europei e giapponesi che hanno messo il loro sapere a nostra disposizione; l’on verso la patria che tramite le istituzioni CIK e EKF hanno reso possibile quest’evento affinché i praticanti europei possano vivere esperienze di questo livello; l’on verso i miei compagni di pratica: Paolo, Laura e Michela che hanno condiviso con me la trasferta a Modena e tutti gli altri con i quali, nel dojo, cercheremo di mettere a frutto quanto appreso. Per l’on verso i miei genitori, me la vedrò privatamente… 😉

Grazie a tutti.

 


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Kitamoto 2017, “Andata e ritorno”

Kitamoto 2017, “Andata e ritorno”
(44th Foreign Kendo Leaders’ Summer Seminar 2017)

A seguito della presentazione di un curriculum accompagnato da una richiesta formale, mi sono visto recapitare un messaggio di posta elettronica dalla CIK che mi comunicava essere uno dei due fortunati prescelti che quest’anno avrebbero potuto prendere parte al seminario per istruttori stranieri di Kitamoto. Evento organizzato dall’International Kendo Federation (FIK), giunto alla sua quarantaquattresima edizione.

Mercoledì 19 luglio, nel primo meriggio, la partenza da Fiumicino con il solito scalcagnato aereo Alitalia; arrivo a Narita giovedì 20 a mattina. Mi trasferisco a Shinjuku dove dei vecchi amici sono ad attendermi. Noto piccoli cambiamenti in questi ultimi anni che sono mancato, addirittura un ristorante vegano nel cuore di Tokyo. Il cibo nemmeno troppo male. Seratona amarcord tra le mille luci della notte giapponese.

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新宿区の夜。

Il giorno dopo in mattinata mi incontro con l’altro fortunello italiano che, come me, potrà gioire di un’intera settimana passata a dormire per terra. Strada facendo raccattiamo un ragazzo di Macao e un russo stagionato che, appare evidente, non capisce una sola parola di inglese. Formata l’allegra armata brancaleone prendiamo il treno e arriviamo nella ridente Kitamoto. Seguiamo le dettagliatissime informazioni forniteci ed eccoci raggiungere finalmente il Gedatsu-kai Kenshū Center, la nostra prigione per i prossimi sette giorni. All’arrivo troviamo il gentilissimo staff della ZNKR che ci elargisce tutto il necessario per passare la settimana in allegria. Noi italiani veniamo assegnati alla stanza 301, in compagnia di due brasiliani, un cileno, un ecuadoregno, un dominicano, un maltese e un portoghese. Contando il maltese siamo ben tre persone a favellare la lingua «del bel paese là dove ‘l sì suona», il resto della stanza si divide invece equamente tra portoghese e spagnolo, ma la lingua franca, qui e ovunque durante la settimana, è l’inglese. Mi approprio del mio angoletto dove dispongo la mia stuoia, o futon che dir si voglia, e predispongo il fortino di cosemie intorno al giaciglio.

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L’allegra camerata.

Dopo poco ci si riunisce tutti in sala mensa, dove i maggiorenti del seminario ci declamano le regole da rispettare durante tutto l’evento. Nulla di troppo severo, so di carceri che tutto sommato forse se la passano peggio.

Nel pomeriggio è previsto un breve allenamento, più un riscaldamento che altro, a cui segue la cerimonia di apertura con la presentazione dei tanti importanti maestri presenti. Arriva per un saluto particolare anche il presidente della federazione giapponese, il maestro Fujio Cho. Il dojo è ovviamente maestoso, e da subito è facile vedere l’alta qualità sia degli insegnanti che dei praticanti accorsi.

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Andando al dojo.

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L’imponente dispiegamento di bevande (tè all’orzo, acqua e bevanda energetica) nel dojo.

La giornata si conclude con un festeggiamento di benvenuto, introdotto da lunghissime e, immagino, dottissime prolusioni, del sindaco di Kitamoto, di tutto un nugolo di autorità e da non so chi altri. Fame e stanchezza avevano ormai scavato in profondità nei corpi e negli animi dei presenti, la quasi totalità infatti, con istinto predatorio e bava alla bocca, guatava ipnoticamente le bevande e i cibi presenti sui tavoli imbanditi, in attesa solo del rompete le righe che avrebbe dato inizio al baccanale. Non essendoci praticamente quasi nulla di vegano in sala, al termine dei festeggiamenti inauguro la prima delle mie tante sortite notturne al kombini di zona, dove potrò pascermi di manicaretti tipo il panino di gomma alla soba o il mochi fritto con ripieno di sesamo. A onor del vero anche gli onigiri alla prugna sono andati forti. Il tutto innaffiato da copiose libagioni di pocari suetto e tōnyū fruttato (altre leccornie purtroppo non reperibili in Italia…).

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il mio cibo preferito in Giappone. Non da tutti.

Complici i precedenti giorni di sbattimento, e la disabitudine a dormire in una camerata tipo militare, riesco ad appisolarmi per ben due ore prima di alzarmi per l’asageiko mattutino delle 5:00. Allenamento non obbligatorio ma a cui quasi tutti presenziamo. Si va quindi nel dojo e ci si prende allegramente a mazzate, prima coi Maestri e poi tra di noi. Piccola pausa e alle 6:30 inizia il primo allenamento mattutino, che si protrarrà fino alle 7:30. Alle 8:10 la colazione. Puntuali in sala mensa, si attende l'”itadakimasu” del capo delegazione ZNKR per iniziare a desinare con malcelata voracità. Per me l’orario dei pasti sarà sempre un momento di (s)piacevoli scoperte, vista non solo l’abitudine locale di fare colazione con cose tipo merluzzo o puteolenti brodaglie varie al miso, ma anche per la scarsa propensione al veganesimo, che mi ha ogni volta portato a imbastire un do ut des barattifero nel tentativo di ottenere quanto più cibo edibile possibile. Ma a dispetto delle peculiari abitudini alimentari locali, grazie soprattutto agli Dèi orientali del Kombini: San Lawson, San SevenEleven, San FamilyMarto et alii, la sopravvivenza è comunque sempre stata assicurata dalle ampie scorte fatte nottetempo. Ancora oggi li ricordo nelle mie preghiere. Finita la colazione di pesce e alghe si torna in stanza a provare a sonnacchiare, ma per le 9:30 bisogna essere di nuovo al dojo per il secondo allenamento mattutino, che terminerà alle 11:40. Chi riesce a trovare il tempo si fa un bel bagno alla giapponese, sacrosanta abitudine che bisognerebbe in qualche maniera re-introdurre anche da noi, e alle 12:10 si pranza. Solito rituale con le stanze divise per tavoli e l’attesa del comando per iniziare a mangiare. A fine pasto c’è anche il programma della giornata. Poi a turno, tutte le stanze saranno di corvée per la pulizia della mensa, del dojo, dei bagni e dell’o-furo. Io, dall’alto delle mie due ore di sonno, barcollo fino alla mia stanza per assopirmi in un sonno profondissimo di una quarantina di minuti, dopodiché di corsa al dojo per l’allenamento pomeridiano 14:00-17:30. Terminato il quale trovo eroicamente il tempo per andarmene all’o-furo per un riposante bagno-sauna. Alle 18:30 cena e poi liberi. Alle 10:00 vengono spente le luci, ma c’è chi imperterrito continua a fare sbisboccia, soprattutto i maledetti caciaroni della stanza attigua… Con due sole ore di sonno delle ultime quarantotto, una volta arrivato sul futon crollo in un sonno senza sogni turbato solo dal cicalio dell’allarme che mi annuncia l’inizio delle ostilità mattutine, quindi asageiko allenamento colazione allenamento pranzo allenamento cena. Questa volta, e per le successive, ci terranno impegnati anche nel post-cena con seminari sul doping o la riparazione del bogu. Meditando vendetta sui chiassosi vicini caracollo sullo stuoino che qui in Giappone equiparano al letto e muoio di una dolce morte senza luci né suoni.

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Sensei-gata ni rei.

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Il mio momento preferito della giornata: i kata.

Domenica 23 luglio la giornata è meno impegnativa, ci portano a Tokyo, al Budokan, al tempio delle arti marziali e, specificamente, del kendo, a vedere i campionati nazionali giapponesi dei bambini, gli Zen Nippon Shōnen Shōjo Budō Kendō Rensei Taikai. L’impressione è veramente imponente. Arriviamo nel mentre del riscaldamento, con una pipinara di diverse migliaia di bambini urlanti che fanno kirikaeshi o uchikomigeiko. Dopo poco inizia la cerimonia di apertura, un’unica lunga processione di bambini che durante una mezz’oretta sfilano compatti al suono di una marcia dal sapore militare, assiepando l’arena in ogni ordine di posti.

Si prosegue con la solita prolissa cerimonia che, tra una chiacchiera e una premiazione, si protrae per almeno un’altra ora. C’è anche un saluto ufficiale verso di noi, i gaijin buffi che provano a fare le cose da giapponesi. Partita la competizione mi faccio un giro del posto e compro qualche regalino da portare in Italia. Dopo poco veniamo riacciuffati e riportati a Kitamoto. Pranzo, allenamento e seminario serale.

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In tribuna d’onore.

Diciamo che i restanti giorni si susseguiranno grossomodo alla stessa maniera. Per una persona mediamente allenata è un’esperienza fattibile, non sarebbe d’altronde possibile pretendere di fare tre/quattro allenamenti a cannone al giorno; quello che veramente debilita è il ritmo. In tutta la settimana di Kitamoto si ha infatti ben poco tempo per fare altro che non sia kendo, tanto sono ravvicinati i tempi dei vari appuntamenti, tutti intervallati da massimo un’oretta. Ritmo che anch’io, che mi considero tra i mediamente allenati, ho pesantemente subito. Tanto da iniziare a mettere le tacche sul calendario per contare i giorni all’alba.

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La mitica stanza 301, regno dell’ordine maniacale e della disciplina più ferrea.

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Il lazzaretto manzoniano presente nella nostra stanza.

Riguardo ai temi toccati durante il seminario, sono stati molti e varii. Mitsuru Hamasaki sensei si è occupato di sviscerare nei minimi particolari sia i kendo no kata, che i Kata Bokuto ni yoru Kendo kihon waza keiko ho, a cui giornalmente dedicavamo almeno un’ora, coadiuvato in questo da Hiroaki Tanaka sensei. Susumu Nagao sensei invece è stato a capo dell’insegnamento del kendo in bogu, quindi kirikaeshi, kakarigeiko, uchikomigeiko e quant’altro. Grande attenzione è stata anche dedicata al modo corretto di fare suburi. Si sono guardati in particolare anche aspetti solitamente trascurati come il riscaldamento o l’atteggiamento da tenere nel dojo. A ciò vanno aggiunte lezioni sull’arbitraggio, di solito appannaggio di Koji Kasamura sensei, e simulazioni di gara. Durante il seminario è stato un continuo viavai di ottavi dan, sovente hanshi, e settimi dan, che si alternavano o davano insegnamenti su temi specifici. Il penultimo giorno c’è stata anche una piccola gara tra stanze. Il nostro gruppo europeo/sudamericano è andato avanti fino alla semifinale, cedendo il passo ai chiassosi della stanza 302, sconfitti a loro volta in finale dalla stanza 306.

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Ogni occasione è buona per del buon(?) jodan no kamae.

L’ultimo giorno ci siamo allenati come solito la mattina e nel primo pomeriggio, per poi lasciare spazio alla cerimonia di chiusura, con consegna di diplomi e attestati varii. La sera sayonara party con ogni stanza che ha improvvisato uno spettacolino comico. Pure noi. Divertentissimo e professionale il siparietto offerto dai nostri babelici vicini della stanza 302, che infatti hanno vinto il premio come migliore rappresentazione della serata.

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La stanza 301 al completo.

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Nuovi amici, Soleiman dall’Iran. Decisamente sorpreso nel sapermi ammiratore della figura dello shah di Persia Reza Pahlavi, e da sempre amico del popolo iraniano.

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Nuovi amici, Dimitris dalla Grecia.

La mattina di venerdì 28 luglio si tolgono le tende. Rimane chi deve dare l’esame. Saluto i tanti nuovi amici con cui per una settimana ho condiviso asprezze e risate e mi accomiato con la promessa di incrociare nuovamente quanto prima gli shinai.

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Si lasciano le stanze, gli erranti – che, ricordiamo sempre, NON sono perduti – si rimettono nuovamente in cammino per le strade del mondo.

Torno a Shinjuku, ho altri amici da salutare prima che torni in Italia.

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Compere importantissime a Tokyo.

Sabato ho un’occorrenza per me molto importante. Esattamente dieci anni fa iniziai il mio studio del kendo sotto la direzione del Maestro Masashi Chiba. Andai a trovarlo dove al tempo insegnava, l’università Hitotsubashi di Tokyo, dove negli anni sono spesso tornato. Purtroppo l’anno scorso il Maestro ci ha lasciati, e dopo il funerale avevo promesso alla signora Chiba che sarei passato quanto prima a trovarla. L’appuntamento è nella tarda mattinata, la signora arriva in bicicletta, energica come sempre, cosa che non sorprende chi sa che è stata una fortissima pallavolista, membro della squadra che vinse l’oro alle olimpiadi di Tokyo del 1964. Passiamo prima per una visita al cimitero e poi a casa della signora, che come nelle occasioni scorse non manca di preparare un pasto 100% vegano per lo scrivente.

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Vegano e tradizionale giapponese, si può.

Ritorno nella stanza dei trofei di casa Chiba e noto una nuova onorificenza, conferita post mortem dall’imperatore, unica nel suo genere mi dice la signora. Il tempo vola tra i ricordi e lo scambio di regali e sono nuovamente sul treno per tornare a Shinjuku. In serata altri amici da andare a trovare e regali da dare. Domenica mattina si conclude questa mia ennesima esperienza nipponica, il volo Alitalia mi riporta verso casa e, dopo una settimana di risi&bisi e zuppette al miso, anche verso l’agognato momento in cui potrò nuovamente riassaporare del vero e sano cibo italico.

Altre foto ai seguenti link:

https://www.kendo-fik.org/english-page/english-page2/kendo-summer-seminar.htm
https://www.kendo-fik.org/english-page/Summer-Seminar2017-Pictures.html

Maurizio Ricci

Presidente del “Kendo Roma Hic Sunt Leones”

Dojo sito in Lungotevere Dante 313 a Roma.

Contatti:
www.facebook.com/kendoromahsl
www.kendo-roma.it

Orari:
martedì e giovedì 20:30 – 22:30;

sabato 16:30 – 18:30 bambini;

sovente seminari nel fine settimana.


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Seminario ed esami primaverili CIK 2017

Partiamo dai momenti finali di Domenica 11/06/2017.
Io, Paolo, Laura (Uminokenshi, Porto San Giorgio) e Diego (ATM Hagakure, Chiaravalle) abbiamo montato un tavolinetto nell’aiuola vicino al parcheggio, ci godiamo sole, pasta e formaggi.

Rara foto di kendoka gitani

Tra scherzi, pettegolezzi e cibo, questa famigliola bucolica è disturbata dal buon Alexandro. La prima cosa che dava all’occhio era l’eleganza della sua camicia bianca su pantalone nero che cozzava con il nostro pantaloncino corto su infradito da bagnante. La seconda era che sventolava un numero (309) mentre noi armeggiavamo con le posate. La terza è che alla nostra flemma si contrapponeva il suo “Diego, ma dove *€$§%% sei?!”. Già, scherzi a parte, il ringraziamento alla premura di Alexandro è doveroso (testimonianza nella foto), perchè mentre nel palazzetto avveniva la consegna dei numeri per l’imminente esame, noi probabilmente stavamo salando la pasta. Dimentichi del resto.

Effusioni

C’è di che vergognarsi, lo ammetto, ma il motivo per cui non abbiamo tentato di archiviare questa nostra noncuranza nel dimenticatoio è proprio per mettere in risalto la tranquillità con cui il buon Diego si è sottoposto all’esame. Se ripenso alla mia prova, ricordo un Sabato in costante agitazione, Domenica non ho pranzato, ero pronto sul posto un’ora prima, ingannavo l’attesa con suburi, ashi-sabaki, sfodero/rinfodero, un fumikomi ogni tanto “giusto per”. Insomma, tutti i sintomi dell’ansia che conosciamo bene. Il nostro campione invece pasteggiava allegramente.
L’esisto sono stati due ottimi tachiai ed il kendo sandan!

Come si ottiene quella calma? Tralasciando misticismo e pratiche esoteriche varie, il segreto è il percorso. Ne abbiamo parlato altre volte, è la ricchezza del bagaglio costruito grazie a delle prove negative. Una reazione intelligente costringe a lavorare in maniera differente, a cercare il dettaglio, a rincorrere l’errore. Se questo viene fatto, il successo è già raggiunto e al momento del nuke-to difronte alla commissione, hai già vinto o hai già perso. A prescindere dall’esito dell’esame.

Ora torniamo all’inizio. Siamo allo stage primaverile del 2017 della Confederazione Italiana Kendo. L’affluenza è sempre impressionante, tanto che il mio gruppo di pratica deve lavorare a gruppi da tre e non con le solite coppie, per ovviare ai problemi di spazio. La pratica è differenziata per mudan, kyusha e shodan (con i maestri Lancini Bolognesi), nidan e sandan (con i maestri Pomero, Papaccio e Moretti), yondan godan e rokudan (con i maestri Zago e Murata). Durante le due giornate ci sono stati due momenti dedicati allo studio dei kendo-no-kata, la pratica specifica del gruppo, due jigeiko liberi a conclusione di ogni giornata.

Da praticante nel gruppo “intermedio” posso raccontare il senso del nostro seminario: un lavoro tutto incentrato nell’attenzione e nel controllo dell’avversario, nel tenere sempre la concentrazione, nel sapere cosa sta accadendo per dar senso ai propri tagli e allo zanshin. Un aneddoto personale: dopo tutto questo lavoro, facendo Jigeiko con Dado la scena è stata questa: saluto, sonkio, nuke-to, mi stampa un men prima che io capissi dov’ero. Morto, finito, posso rinfoderare. Insomma, il lavoro precedente mi insegnava “cosa fare”, Dado mi ha spiegato “perchè farlo”. Ovviamente sono riconoscente ad entrambi e questo basterebbe a dar senso alla frequenza al seminario.

Non conosco il lavoro fatto dagli altri gruppi, se non che so che il gruppo dei mudan-kiusha-shodan è arrivato boccheggiante a fine stage e che sentivamo costantemente i kiai, l’intensità ed il fragore della loro pratica. Certamente appagante.

Come ad ogni appuntamento, si torna a casa con tanto da lavorare. Vuoi per nuovi spunti e nuove intuizioni, vuoi per delle lacune emerse… c’è sempre molto da fare.
Ancora congratulazioni a Diego per aver regalato un altro sandan al kendo Marchigiano (si cresce). Ed ora… godiamoci l’estate!

 

 


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Stage femminile di Kendo a Bologna (30 aprile 2017)

La scorsa domenica Raffaella ed io, iscritta al dojo Ikendenshin di Pesaro da pochi mesi, ci siamo alzate di buon’ora e abbiamo raggiunto il dojo Musokan di Bologna per partecipare al secondo appuntamento degli stage femminili di Kendo organizzati dalla CIK.

Una delle prime cose che ho notato una volta arrivate è stato il numero di donne partecipanti che, rispetto al primo incontro di Firenze, era nettamente inferiore. Questo fatto, tuttavia, ha contribuito a rendere l’allenamento più efficace e personalizzato, grazie alle preziose dritte date dalle maestre Ma e Livolsi.

Durante la mattinata Yun-sook ha tenuto la lezione e, dopo un necessario riscaldamento a corpo libero per risvegliare ed attivare i muscoli, ci ha fatto fare degli esercizi di suburi in cui dovevamo portare lo shinai fino ad un’altezza inferiore a quella delle spalle, per scoraggiare la cattiva abitudine di richiamare lo shinai troppo presto, che spesso si prende nel tentativo di svolgere l’esercizio più velocemente, ma in modo sbagliato. Per sottolineare l’importanza della gamba sinistra, sempre nell’esercizio di suburi, abbiamo svolto diverse serie usando solo la gamba sinistra, cioè “saltellando” avanti e indietro su un solo piede. All’inizio mi sembrava un movimento davvero difficile, che richiedeva non solo forza ma anche tanto equilibrio, ma poi gradualmente sono riuscita a muovermi più velocemente ed ho capito il senso di questo esercizio; non bisogna cioè trascurare il ruolo della gamba sinistra. Un altro esercizio interessante è stato quello della serie di colpi men, do e kote eseguiti impugnando ben due shinai a testa avanzando lungo il perimetro della palestra. Dopo due serie da venti di questi colpi, equivalenti a due o tre giri della palestra, si era in grado di impugnare un solo shinai con estrema facilità e leggerezza.

In seguito siamo passate allo studio del kirikaeshi, esercizio fondamentale nella pratica del Kendo anche a livello di principianti. Secondo le indicazioni di Yun-sook abbiamo lavorato sul respiro, effettuando la pratica possibilmente solo con due respirazioni e abituandoci a colpire il nostro motodachi in modo corretto, avanzando e indietreggiando con yoko-men. L’alternanza delle parate del nostro motodachi ci ha permesso di studiare bene i colpi e di portarli a termine in maniera efficace. A fine mattinata, poi, c’è stato un mawarigeiko in cui abbiamo avuto occasione di mettere insieme tutti gli insegnamenti ricevuti e di confrontarci con tutti i gradi presenti.

Nel pomeriggio, Mirial ha iniziato la lezione con un riscaldamento utile e divertente, soprattutto nella parte dedicata al miglioramento del fumikomi. Questa serie di esercizi, pur essendo propedeutici, uniti ad un grande spirito ci hanno fatto capire come il nostro atteggiamento debba essere sempre quello di avanzare verso l’avversario, concentrando il fulcro della nostra spinta sulla parte bassa del nostro corpo, ovvero sul piede sinistro, sulle gambe e sulle anche. L’obiettivo finale è stato quello di concentrare tutta l’energia e la forza mentale in un ippon ben riuscito. Nella seconda parte del pomeriggio abbiamo studiato delle tecniche di debana molto difficili e complesse, ma utili per anticipare l’avversario nella sua azione di attacco. Queste tecniche, come ha detto bene Mirial, sono tecniche di coraggio poiché appena si percepisce l’attacco del nostro avversario bisogna essere veloci nell’anticiparlo avanzando verso di lui, quindi sono necessarie velocità, concentrazione e, per l’appunto, tanto coraggio. Tra le tecniche esercitate abbiamo visto debana men e debana do su attacco men, su attacco kote invece abbiamo visto tecniche kote nuki men, debana kote e ancora suriage waza su attacco men e kote. Tante sono state le domande e le perplessità su tecniche tanto avanzate e complesse, che speriamo di continuare a studiare con Miarial e Yun sook nel prossimo incontro previsto a ottobre.

Infine abbiamo cercato ancora una volta di mettere tutto in pratica nel mawarigeiko finale che Mirial ha introdotto per gradi, un esercizio che ho apprezzato molto. Inizialmente gli attacchi erano limitati a solo men, con l’obiettivo per entrambe le parti di fare punto per prime. Poi, una parte poteva fare solo men e l’altra anche le altre tecniche studiate, infine entrambe le parti potevano eseguire tutti i colpi che volevano, arrivando a fare un jigeiko vero e proprio, sempre confrontandosi con tutti i gradi presenti.

Da principiante del Kendo sono stata molto contenta di queste lezioni perché mi hanno permesso di crescere e imparare cose nuove, facendomi anche capire che per migliorare c’è molto lavoro da fare ma che con impegno e perseveranza è possibile. Ringrazio in particolare le insegnanti per l’entusiasmo che mi hanno trasmesso, e tutte le partecipanti dello stage per avermi dato l’opportunità di praticare con kendoka provenienti da così tante realtà diverse.

(In questa foto scherzosa scattata a fine lezione, si può vedere come io e Raffaella siamo state colte di sorpresa, decisamente frastornate dal jigeiko finale!!)

Giulia Galeazzi