Kendo nelle Marche


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Seminario ed esami primaverili CIK 2017

Partiamo dai momenti finali di Domenica 11/06/2017.
Io, Paolo, Laura (Uminokenshi, Porto San Giorgio) e Diego (ATM Hagakure, Chiaravalle) abbiamo montato un tavolinetto nell’aiuola vicino al parcheggio, ci godiamo sole, pasta e formaggi.

Rara foto di kendoka gitani

Tra scherzi, pettegolezzi e cibo, questa famigliola bucolica è disturbata dal buon Alexandro. La prima cosa che dava all’occhio era l’eleganza della sua camicia bianca su pantalone nero che cozzava con il nostro pantaloncino corto su infradito da bagnante. La seconda era che sventolava un numero (309) mentre noi armeggiavamo con le posate. La terza è che alla nostra flemma si contrapponeva il suo “Diego, ma dove *€$§%% sei?!”. Già, scherzi a parte, il ringraziamento alla premura di Alexandro è doveroso (testimonianza nella foto), perchè mentre nel palazzetto avveniva la consegna dei numeri per l’imminente esame, noi probabilmente stavamo salando la pasta. Dimentichi del resto.

Effusioni

C’è di che vergognarsi, lo ammetto, ma il motivo per cui non abbiamo tentato di archiviare questa nostra noncuranza nel dimenticatoio è proprio per mettere in risalto la tranquillità con cui il buon Diego si è sottoposto all’esame. Se ripenso alla mia prova, ricordo un Sabato in costante agitazione, Domenica non ho pranzato, ero pronto sul posto un’ora prima, ingannavo l’attesa con suburi, ashi-sabaki, sfodero/rinfodero, un fumikomi ogni tanto “giusto per”. Insomma, tutti i sintomi dell’ansia che conosciamo bene. Il nostro campione invece pasteggiava allegramente.
L’esisto sono stati due ottimi tachiai ed il kendo sandan!

Come si ottiene quella calma? Tralasciando misticismo e pratiche esoteriche varie, il segreto è il percorso. Ne abbiamo parlato altre volte, è la ricchezza del bagaglio costruito grazie a delle prove negative. Una reazione intelligente costringe a lavorare in maniera differente, a cercare il dettaglio, a rincorrere l’errore. Se questo viene fatto, il successo è già raggiunto e al momento del nuke-to difronte alla commissione, hai già vinto o hai già perso. A prescindere dall’esito dell’esame.

Ora torniamo all’inizio. Siamo allo stage primaverile del 2017 della Confederazione Italiana Kendo. L’affluenza è sempre impressionante, tanto che il mio gruppo di pratica deve lavorare a gruppi da tre e non con le solite coppie, per ovviare ai problemi di spazio. La pratica è differenziata per mudan, kyusha e shodan (con i maestri Lancini Bolognesi), nidan e sandan (con i maestri Pomero, Papaccio e Moretti), yondan godan e rokudan (con i maestri Zago e Murata). Durante le due giornate ci sono stati due momenti dedicati allo studio dei kendo-no-kata, la pratica specifica del gruppo, due jigeiko liberi a conclusione di ogni giornata.

Da praticante nel gruppo “intermedio” posso raccontare il senso del nostro seminario: un lavoro tutto incentrato nell’attenzione e nel controllo dell’avversario, nel tenere sempre la concentrazione, nel sapere cosa sta accadendo per dar senso ai propri tagli e allo zanshin. Un aneddoto personale: dopo tutto questo lavoro, facendo Jigeiko con Dado la scena è stata questa: saluto, sonkio, nuke-to, mi stampa un men prima che io capissi dov’ero. Morto, finito, posso rinfoderare. Insomma, il lavoro precedente mi insegnava “cosa fare”, Dado mi ha spiegato “perchè farlo”. Ovviamente sono riconoscente ad entrambi e questo basterebbe a dar senso alla frequenza al seminario.

Non conosco il lavoro fatto dagli altri gruppi, se non che so che il gruppo dei mudan-kiusha-shodan è arrivato boccheggiante a fine stage e che sentivamo costantemente i kiai, l’intensità ed il fragore della loro pratica. Certamente appagante.

Come ad ogni appuntamento, si torna a casa con tanto da lavorare. Vuoi per nuovi spunti e nuove intuizioni, vuoi per delle lacune emerse… c’è sempre molto da fare.
Ancora congratulazioni a Diego per aver regalato un altro sandan al kendo Marchigiano (si cresce). Ed ora… godiamoci l’estate!

 

 


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Esami Kyusha Maggio 2017

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Il 18 Maggio 2017 i dojo Ikendenshin di Pesaro e Uminokenshi di Porto San Giorgio hanno condiviso una sessione d’esame rivolta ai kyusha.
Questa data si aggiunge ad un lungo elenco che testimonia come nell’ultimo decennio nelle Marche sia viva l’usanza di svolgere gli “esami interni”… all’esterno! Al piacere di incrociare lo shinai con vecchi amici e nuovi kendoka questo aggiunge degli elementi importanti e propri del kendo.

L’esaminando deve mostrare la qualità del proprio kendo in poco tempo a degli esaminatori che non lo conoscono. Prende vita lo slogan del Trofeo dell’Adriatico: “Tutto in un solo colpo”.

I praticanti vengono a contatto con l’aspetto “sociale” del kendo. Il loro è un percorso comune che più volte si incrocerà e si affiancherà a quello dei ragazzi e delle ragazze con coi hanno condiviso i primi esami. In futuro avranno altre occasioni per misurarsi, dovranno di certo sostenersi nei momenti più delicati, stimolarsi, mettersi in competizione, trarre ispirazione gli uni dagli altri, “invidiarsi” e, non meno importante, condividere le spese dei vari spostamenti in giro per l’Italia con gli shiai in spalla!

Vi è inoltre un’espressione di grande umiltà nell’accettare di essere giudicato/valutato/misurato da sconosciuti. Sarà certamente capitato e certamente capiterà che il risultato non sia in accordo con le aspettative o con la realtà, ma è la bandierina che si alza per un ippon che giudichiamo inesistente, è il contendente con cui non riesci ad esprimere il tuo valore, è il praticante che si allena meno e che riesce ad ottenere risultati migliori dei tuoi, è la vita. This is Kendo!

Infine c’è il daini dojo!

I nostri 6 eroi si sono comportati egregiamente, distribuendosi i gradi di 4° e 3° kyu. Ora si torna in palestra dove, poco importa il grado, c’è sempre da indossare il men e toglierselo solo quand’è grondante di sudore!


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Pedaso Hanami 2017

Alla 5° edizione dell’Hanami di Pedaso, mi rendo pienamente conto di quanto l’idea della Contea dei Ciliegi di organizzare ed ospitare quest’evento sia stata una scelta veramente coraggiosa.

Il motivo, ahimè, e che non siamo all’altezza di evento simile.

Non siamo abituati ad osservare e ad apprezzare.

Non siamo in grado di cogliere quelle che l’ambasciatore giapponese, presente già dalla scorsa edizione, ha sottolineato essere le meravigliose caratteristiche di ogni stagione.
Per tanti un fiore è un fiore, cosa importa se quel fiore esiste solo per una settimana poi se ne riparla l’anno prossimo. Chi si interessa del ciliegio, della transitorietà? Dopo tutto oggigiorno “zen” è per lo più usato come suffisso per individuare un tipo di oggettistica.

Quindi, per farlo all’italiana è necessario che ci sia da mangiare, da bere, da compare, da fare, insomma tutto purché non si tratti di starsene lì, serenamente, sotto i ciliegi. E dire che “hanami” vuol dire “guardare i fiori”.

Senza biasimo alcuno, l’organizzazione dell’evento ha quindi dovuto far i conti con il suo pubblico ed adattare l’Hanami ad una festa di “cose giapponesi”. Siamo nelle Marche, lontani dalle città dove c’è tutto di tutto, e questa può essere considerata un’impresa titanica… ma ce l’hanno fatta!
Laboratori di furoshiki, taiko, karate, mostra di yukata, ninjutsu, conferenza sul wabi-sabi, koi koi, suminagashi, daito-ryu aikijujutsu, kendo (noi!) erano solo parte del galà di attori che cercavano di rubar la scena al ciliegio. (Ah, i cosplayer! Cosplayer ovunque!)

Se nel 2013 contammo a vista qualche centinaio di persone, oggi i giornali parlano di undicimila presenze per l’edizione del 2017. (Pedaso, il comune che ospita l’evento, non arriva a tremila abitanti).

Quindi, ammettendo ed accettando il compromesso, non si può che parlare di successo!
Affrontando un’affluenza di ospiti sempre maggiore, spunti e lacune sulle quali lavorare ce ne sono e ce ne saranno sempre, ma portare così tante persone all’aria aperta, in quella cornice meravigliosa che sono le colline che sovrastano Pedaso, non può che essere fonte di tanta soddisfazione.
Certo, il ciliegio sarà passato un po’ in sordina, ma mostrare ad una folla di queste dimensioni tutte quelle alternative alla quotidianità è assolutamente degno di nota!

Quest’anno con i ragazzi dell’Uminokenshi di Porto San Giorgio erano presenti Diego e Michela dell’ATM Hagakure di Chiaravalle ed Emanuela e Jacopo dello Shinkensuikan di Rimini (doverosi i ringraziamenti!). Insieme abbiamo goduto della giornata praticando liberamene qua e là nel parco (eh si, anche noi fermi sotto i ciliegi non abbiamo saputo starci!). Gli ospiti dell’hanami potevano scoprire in una radura tra i ciliegi i nostri amici di Rimini che studiavano i jodo no kata o esser disturbati ed incuriositi dai kiai delle singolar tenzoni che si accendevano ogni dieci minuti tra Diego e lo sfidante di turno. Ogni volta che si sfoderava un bokuto, un jo o uno shinai era subito bagno di folla e sempre bisognava ricordare che quella non era una dimostrazione, ci stavamo solo divertendo, la dimostrazione ci sarebbe stata, e ci fu, nel tardo pomeriggio.

La partecipazione ad eventi spesso non dà risultati immediati ma certamente è utile per affondare le radici nel territorio e ci costringe ad attività come: organizzare, trasportare, montare, smontare, pulire, relazionarsi con esterni, etc. Insomma, molto di quanto non è sperimentabile all’interno delle quattro mura del dojo ma che comunque è importante per la nostra formazione e ci insegna a lavorare tra compagni di pratica.

Ringraziando ancora Diego, Michela, Emanuela e Jacopo (condannati ormai ad essere protagonisti futuri dell’evento) e la Contea dei Ciliegi per l’opportunità concessaci, torniamo alla pratica quotidiana con qualcosa in più!

Speriamo che, continuando a praticare e rispettando la visione Semplice, quindi bello!”, impareremo ad osservare ed ascoltare i Ciliegi.
Hanno avuto tanto da insegnare e, di primavera in primavera, indolenti malgrado la qualità degli astanti, tanto vogliono ancora da dirci.


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Elogio alla bocciatura

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Come affrontare l’esito di un esame lo sappiamo bene.
Conosciamo a menadito aforismi come:

“Non perdo mai. O vinco, o imparo.”

Abbiamo ascoltato più volte le indicazioni dei maestri che ci raccomandano di non dare al risultato dell’esame la concezione di successo/fallimento, ma di intenderlo come strumento di valutazione per il nostro livello.
Sagge parole, ascoltate alla fine di ogni sessione d’esame. Recentemente Moretti sensei ha addirittura preferito anticipare il discorso prima delle prove, affinché tutti fossero presenti e nello stato d’animo adatto per ascoltarlo e recepirlo.
Parole che abbiamo capito, alle quali crediamo, ma che lasciano sempre spazio a quel:

“Si però… se non perdessi sarebbe meglio!”

E così anch’io, prima e dopo che venissi bocciato (parola che il Presidente ci ha esortato a non usare) all’esame della scorsa primavera ho ignorato la visione “positiva” del fallimento che mi veniva proposta e ardivo alla promozione.
Oggi, ho capito qualcosa in più sul senso di quelle parole.

Procediamo con ordine.
Fino al conseguimento del 2° dan il mio approccio agli esami è stato questo: praticavo kendo, allenandomi in qualche maniera miglioravo, mi recavo agli esami e venivo promosso. 1° kyu, 1° dan, 2° dan. Tre esami fatti in questa maniera. Il 1° kyu nel 2011, il 2° dan nel 2014. Ho impiegato un anno in più rispetto al tempo minimo previsto a causa della fortunata nascita di mia figlia (E’ nata il 19, l’esame era il 22. Se fossi andato all’esame la madre non me lo avrebbe perdonato!).
Quindi, ammettiamolo, di consapevolezza ce n’è stata poca. 1° errore.
Immediatamente dopo il conseguimento del 2° dan, ho pensato che la prossima prova fosse lontana nel tempo. Talmente distante che valeva la pena rilassarsi un po’. Col senno del poi immagino questa scena: devo superare un dirupo ed ho la possibilità di prendere una bella rincorsa, invece mi trastullo fino in prossimità del salto, poi cerco di fare un gran balzo con solo due o tre passi di slancio. Vista così, è evidente che questo sia stato il 2° errore. A mia discolpa almeno, a differenza degli altri esami, questa volta mi sono convinto che la pratica non bastasse. Dovevo capire bene “come” praticavo e come invece avrei dovuto farlo. Partecipo quindi per la prima volta ad un seminario primaverile della CIK. E’ il 2015, esattamente un anno prima al mio futuro esame. La sfortuna ci mette del suo ed arrivo a Modena con un muscolo della gamba mal messo. Mi convinco che ce la posso fare comunque. Faccio in tempo a fare il saluto e quando mi alzo da seiza una fitta alla coscia mi avverte che il mio stage finisce lì. Con un bel rei e nulla di più. Oramai ci sono e partecipo come spettatore. Mi consola il fatto che questo abbia un nome giapponese “Mitori geiko”. Il gruppo di mio interesse è guidato da Castelli sensei e dalle sue parole mi accorgo che in effetti c’è molto da cambiare. Per la prima volta smetto di fare kendo divertendomi e basta e provo a farlo per bene. Partecipo a più stage di quanti famiglia e portafogli possano reggerne e mi convinco di aver fatto un buon lavoro. Passo una settimana di privazioni in un monastero zen (mi sarebbe piaciuto essere stato promosso subito dopo quell’esperienza, avrei avuto una bella storia da raccontare!). Infine esattamente un anno dopo quel seminario primaverile, provo il mio primo esame di 3° dan!

Bocciato.

Da buon italiano la prima reazione è quella di incolpare l’arbitro, poi le condizioni di contorno, il clima sfavorevole, gli astri, l’invasione della cavallette. I monaci zen! Tutta colpa dei monaci zen!
Tornato in me mostro i video degli esami a maestri e kendoka esperti. Mi indicano i miei errori e questi diventano evidenti anche ai miei occhi. Comprendo che è giusto che io sia stato bocciato e che non poteva essere altrimenti!
Ecco, nell’anno trascorso qualcosa avevo capito, ma tra il comprendere un concetto ed il farlo proprio, c’è un mondo!
Sono ben determinato e voglio riprovare alla prossima occasione. Ci sono solo 6 mesi, cerco di sfruttarli al massimo.
Arriva un giorno – “un preciso giorno” – in cui ti accorgi di qualcosa e lì avviene il cambiamento. E’ rimasto poco tempo, lavoro su questa “epifania” e qualche piccolo risultato non tarda a mostrarsi.
A dicembre dello stesso anno…

Promosso!

Ora, cosa sarebbe successo se fossi stato promosso al primo tentativo?
Sono sicuro che mi sarei rilasciato dopo la prova percependo l’obiettivo successivo come veramente lontano.
Non avrei dovuto scavare nel mio modo di praticare per cercar di migliorare qualcosa.
Non sarebbe stato di certo “gratis”, ma sarebbe stato il semplice risultato degli anni di pratica.
Avrei perso quei mesi di ricerca in cui è avvenuto il cambiamento più importante nel mio modo di pensare al kendo.

Quindi, non dico che alla prossima occasione io non speri di essere promosso al primo colpo, ma di certo posso affermare…

Per fortuna che al mio primo esame di sandan sono stato bocciato!


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Esami Roma Ottobre 2016

img_9780Siamo a Roma, via Tripolitania 34, in casa A.R.K.

L’occasione è quella degli esami delle Confederazione Italiana Kendo per i gradi Ikkyu, Shodan e Nidan. L’affluenza è notevole, qualche addetto ai lavori parla di record. Nel saluto ci disponiamo su tre file ed io, in colpevole ritardo, non trovo quasi posto. Do ragione all’addetto ai lavori, ci sono veramente tanti kendoka! (Solo dalla costa adriatica sono confluiti a Roma quasi 20 kenshi!)

Il seminario che precede gli esami è condotto da Zago Sensei (Kendo Nanadan Kyoshi), il presidente della commissione d’esame, che è composta anche da: Fabio di Chio (Kendo Godan), Angela Papaccio (Kendo Rokudan Renshi), Alessandro Molinari (Kendo Rokudan), Andrea Li Causi (Kendo Godan).
Il programma della mattina è pensato per gli esaminandi e prevede: studio dei kata, pratica del kirikaeshi, kihon uchi, renzoku waza, mawarigeiko. Il tempo a nostra disposizione vola e siamo già al jigeiko. I praticanti sono tanti ed i kodansha chiedono ai sandan di unirsi ai motodachi per consentire a tutti più di un confronto.
Personalmente ricevo preziosi consigli sull’utilizzo della mano sinistra e sul mio modo di fare zanshin. Quanto basta per ripagare la trasferta 😉

E’ l’ora dell’esame. Tra i nostri c’è Daniele Onori alla sua prima esperienza e Paolo Verolini che si candida al nidan. Con me, a rilassarsi in tribuna, Laura Mecozzi.
L’esame è preceduto da una dimostrazione di Jodo a cura del Kiryoku di Roma, nelle persone di Margherita Carratu (jodo godan) e Roberto Milana (jodo yondan).

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Ammetto di conoscere veramente poco questa disciplina e di essere stato colpito, se non meravigliato, dai ritmi e dal dinamismo dei kata mostrati da questi due grandi praticanti. Appena un’ora dopo avrò l’occasione di complimentarmi con Roberto e di farmi tentare da questa disciplina. Conveniamo inseme che il tempo è tiranno, quasi ci impedisce di dedicarci ad una disciplina, figuriamoci a due. Però… Sappiamo tutti che la passione trova sempre una strada!

Terminati gli esami, come spesso accade, ci sono volti sorridenti e visi cupi.
Ogni Kendoka sa che si cresce di più attraverso le sconfitte che non grazie alle vittorie. Ce lo ricordano le parole di Asami sensei (riportate qui) e scherzosamente quest’immagine pubblicata qualche tempo fa:

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Di certo un passaggio importante affinché un risultato, quale esso sia, diventi utile alla nostra pratica è individuarne le cause. Per questo l’emozione del momento, specie la delusione (se non addirittura la rabbia), va subito messa da parte per dar spazio all’analisi dell’accaduto, forti dell’umiltà di chiedere laddove non si riesce a comprendere. La cosa fondamentale è che terminato un esame ognuno torni a casa con qualcosa su cui lavorare, con degli obiettivi chiari.
Questo è l’augurio che facciamo al nostro Daniele, neo ikkiu, insieme a quanti hanno superato il loro esame e a quelli che, come il nostro Paolo, hanno scoperto di avere ancora qualcosa da affinare per poter affrontare con successo la loro prova. Le congratulazioni vanno a fatte a tutti, perché questo è fare kendo.

Marco Papetti

Umi No Kenshi – Porto San Giorgio

 

 


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Stage Primaverile 2016

Lo stage primaverile, appuntamento ormai curato esclusivamente ed autonomamente dalla nostra federazione senz’alcun ausilio esterno, è stato anche quest’anno particolarmente interessante.

A differenza delle precedenti edizioni, la suddivisione tra i vari i gruppi prevedeva un gruppo da 4°dan in sù un gruppo di 2° e 3° dan ed un gruppo fino a 1° dan.

Qui di seguito il diario scritto da Alessio Nicolini:

Personalmente ho avuto l’opportunità di prendere parte per la prima volta al primo gruppo dove avevamo la supervisione di Zago Sensei e Murata Sensei, quest’ultimo con l’onere di tenere le fila del seminario.

Come abbiamo ripetuto più volte, Takuya Murata è una risorsa importantissima della nostra federazione, sotto tantissimi punti di vista.
Partiamo da quelli più ovvi: conosce il Kendo, lo sa praticare ottimamente e conosce quello che si cela dietro i termini della sua lingua madre, il giapponese appunto.
I meno ovvi sono invece la capacità di spiegare in modo inequivocabile quanto sopra grazie ad una didattica adatta a noi “non giapponesi” e con una padronanza della lingua invidiabile.

Ma andiamo a vedere su cosa si è lavorato sabato…

La giornata è stata suddivisa concentrando la mattinata su un’emergenza. Proprio così, avete letto bene.
Murata Sensei ha introdotto il seminario con “I maestri giapponesi concordano sul fatto che siamo carenti su Do-uchi”.
L’accento è stato posto prima di tutto sull’hasuji facendo molta, moltissima attenzione sull’inclinazione dello shinai prima e dopo l’impatto.

 

hasuji kendo

La presenza di Lorenzo Zago, arbitro internazionale di primo piano, ha contribuito a comprendere ancor di più come mai alcune esecuzioni che possono apparire come colpi validi, in realtà non lo sono in quanto il percorso fatto dalla nostra spada è incoerente con la direzione del taglio (e quindi dello tsuru dello shinai).
Ad esempio, il più delle volte la lama è parallela al terreno ma il movimento con cui è stato portato il colpo è diagonale.

Dopo aver praticato con cura su quest’aspetto, abbiamo poi applicato la tecnica in situazione più complicate come men-nuki-do o men-kaeshi-do, sia con okuri-ashi che con fumikomi.
Murata Sensei, proprio durante la spiegazione di Kaeshi do ha insistito sul cercare di riconsegnare quanto prima tutta l’energia ricevuta dal men dell’avversario.
Prendere l’energia dal men prima che questa venga esaurita, riconsegnarla di fatto con Do-uchi immaginando nel punto della “parata” un fulcro, come ad esempio un chiodo.

Un altro focus è stato poi posto sul percorso “disegnato” dalla punta dello shinai. Nel colpire Do-uchi molti di noi facevano un ampio movimento che portava la punta dietro la linea del corpo, con il risultato che oltre ad essere lenti, quindi inefficaci sul nuki o kaeshi, colpivano do orizzontalmente e non in diagonale.

Oltre al corretto movimento delle braccia e polsi abbiamo quindi approfondito l’uso delle anche affinché l’impatto sul bersaglio fosse nel fianco
del do e non frontale, condizione essenziale per yuko datotsu.

Terminata la prima sessione di studio abbiamo avuto l’opportunità di praticare jigeiko fino alla pausa pranzo.

 

La sessione pomeridiana è stata invece oggetto di un argomento molto profondo, trattato dallo stesso Murata circa 6 anni fa a Castenaso durante unseminario tecnico culturale che alcuni ricordano illuminante.

Vi suggeriamo di andarlo a rileggere cliccando al seguente link:

kendonellemarche.wordpress.com/2010/05/05/sen/

Quel seminario gettava le basi per concetti molto profondi e che almeno per me ora hanno un sapore decisamente più ricco.

A causa del forte kiai degli altri gruppi siamo usciti a pochi metri dal palazzetto per ascoltare la lezione teorica di Murata Sensei sul sen.

Terminata la lezione abbiamo cercato di mettere in pratica il tutto con il bogu addosso.

Come preannunciato da Zago Sensei, il lavoro mentale è stato molto faticoso. Attuare il “non c’è fretta di morire” evitando di muoversi per primi ma mantenendo una forte pressione sull’avversario, da un lato ha consumato molte energie in ognuno di noi, ma ha aperto, almeno per il sottoscritto, una porta del Kendo davvero affascinante.

Ritengo che accanto alla quantità di sudore che il Kendo obbliga a versare nei nostri kendogi, una buona dose di concetti teorici aiutino a vivere questa meravigliosa disciplina con maggior consapevolezza.

Ringrazio quindi sia Takuya Murata che Lorenzo Zago per la bellissima giornata di Kendo donataci sabato.

Purtroppo non avendo potuto partecipare alla sessione di domenica sui Nihon Kendo no Kata so d’aver perso molto ma sarà sicuramente da stimolo per la prossima volta.

Ecco invece la parte relativa al gruppo 2° e 3° dan scritta da Marco Papetti:

Iniziamo dalla fine.
Nello spogliatoio non c’è la solita aria gioviale che si respira al termine di un seminario. Gli animi sono un po’ tesi, c’è chi in silenzio sta metabolizzando quello che è appena successo, c’è chi non riesce a contenere la propria delusione e la manifesta in maniera più o meno consona al nostro ambiente. Si, delusione. Perché malgrado quanto siamo soliti raccontarci a proposito degli esami, a proposito di quella famosa birra che va stappata in compagnia sia in caso di successo che di insuccesso, a proposito di questo successo che poi non dovrebbe consistere nel “passare” un esame, ma nel tornare a casa con qualcosa in più. Malgrado tutto ciò, non superare una prova è sempre una delusione ed i numeri di questa sessione parlano chiaro: solo 7 promossi per sandan, yondan e godan.
Allora cercando di attingere fino alla fine da questa esperienza avvicino Lancini e Zago sensei, i maestri della commissione che meglio conosco e che un po’ mi conoscono, per capire bene cosa non è andato. Parliamo solo degli aspiranti sandan, che hanno registrato 3 promossi su 21. Con un enorme sforzo di sintesi quello che non è andato è stato: i più giovani hanno approcciato il jigeiko come se si trattasse di fare uchikomi, nei meno giovani mancava il kikentai. Ovviamente quanto da me riassunto lascia il tempo che trova, ognuno avrà bisogno di analizzare il proprio kendo, ma sono due appunti che certo non si addicono ad un sandan.
Torniamo un po’ indietro e siamo al seminario. C’è un po’ d’ansia nell’aria, ma si respira di certo un’altra atmosfera, quella consueta dei giorni di pratica. Sono nel gruppo centrale guidato da tre sensei nanadan molto diversi tra loro: Pomero, Bolognesi e Amoruso. Non ho citato la diversità tra i maestri a caso, ma proprio proprio perché è stata un’indicazione di Walter Pomero quella di saper riconoscere le particolarità di ogni praticante di Kendo, di voler apprendere da tutti e di riuscire ad applicare alla propria pratica quanto è utile per ognuno di noi, in base alla propria personalità, alla propria fisicità e a quant’altro costituisca la propria unicità.
La pratica dei due giorni si è svolta quindi sullo studio dei fondamentali, ma con un’attenzione particolare a dei dettagli: le direzioni dei tagli, il corretto movimento dei piedi, la postura. Amoruso sensei ha diretto lo studio dei kata, ci sarebbe stato molto da imparare dal maestro ma purtroppo il tempo a disposizione è stato breve per poter approfondire le sette forme. Capita spesso nei seminari e, vorrei dirlo, colpevoli sono anche i praticanti che non conoscendo a fondo l’argomento fanno si che in questi seminari lo studio della sequenza sia sempre anteposto a quello dei dettagli. Un’ammonizione in tal senso, se pur con bonarietà, ci è stata data anche dai maestri. Estremamente interessante infine è stata una prova d’esame per il sandan ed una per lo yondan a cui hanno preso parte delle coppie di praticanti. La volontà del maestro era quella di illustrare i criteri di valutazione della commissione, riguardo l’aspetto tecnico, l’attitudine ed il mondo di affrontare un esame. Visto poi l’esito della prova, forse approfondire questo punto sarà utile anche per la prossima occasione… In ogni seminario non possono mancare i Jigeiko che chiudono ogni sessione di pratica, visto il numero di praticanti quest’anno il ruolo di motodachi era affidato ai nanadan ed ai rokudan. Dopo anni che ricevo le stesse osservazioni, questa volta i consigli avuti sono stati diversi. Una piccola soddisfazione e qualcosa di nuovo su cui lavorare!
Da Porto San Giorgio, per quella che non può che essere ogni volta una grande esperienza, eravamo io (Marco) e Laura. Torniamo a casa con molto da fare e tanto da trasmettere ai nostri compagni di pratica.

Rinnoviamo infine le nostre congratulazioni ai nuovi gradi shogo premiati sabato al termine del seminario.

credits - Confederazione Italiana Kendo

credits – Confederazione Italiana Kendo


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Parliamo di Zen: intervista a Leonardo Vittorio Arena

Ci presentiamo.

Siamo kendoka, kenshi, praticanti di arti marziali. Un popolo variopinto che comprende atleti, amatori, cultori dell’oriente, donne e uomini che hanno scelto di dedicare la propria vita alla Via o, molto più spesso, persone immerse nel proprio quotidiano che riescono a riservare qualche ora settimanale per qualcosa di prezioso. Eterogenei su tutti gli aspetti: età, sesso, professione, scolarizzazione e quant’altro ci possa venire in mente. Omogenei certamente da un punto di vista: la passione per il Kendo. Perché il Kendo o lo ami o ti è estraneo.
Presentare il nostro interlocutore non è così semplice. Come spesso accade per i professori universitari, Leonardo Vittorio Arena, ha un curriculum a più pagine, wikipedia ci indica che ha sua una “Visione filosofica” e nella stessa frase c’è di mezzo Nietzsche!
Io, che di Nietzsche ho sentito parlare solo in una canzone di Zucchero, ho conosciuto il professore grazie ai libri “Samurai”, “Il Pennello e la Spada”, “Hagakure”.
Con i miei tempi, al terzo libro mi sono interrogato sulla vita dell’autore e, oltre a tante le informazioni interessanti, tra Zen e filosofia, ho scoperto una cosa interessante: Leonardo Vittorio Arena abita a Porto San Giorgio!Non perdiamo altro tempo quindi! Questa coincidenza non poteva passare inosservata ed è stata la scintilla che ha acceso quest’intervista, diamoci dentro!

K.N.M.: La mia presentazione è quella che è, ci dice qualcos’altro su Leonardo Vittorio Arena?
L.V.A.: Sarebbe una presentazione lunga e difficile. Tuttavia, la mia vita interiore è molto più importante di quella esteriore. Le mie pubblicazioni vertono tutte, aldilà dei temi, sulla mia visione filosofica che riguarda il nonsense e il nudo. Cerco di descrivere le cose come sono aldilà dei nostri schemi antropomorfici interpretativi. Ho scritto il primo volume di una mia autobiografia, che tratta le mie principali fonti di ispirazione: Nietzsche, lo zen e Bob Dylan. Un e-book acquistabile su Amazon. Aggiungo che ho coltivato la musica quasi con la stessa passione e interesse della filosofia e suono in diverse formazioni che si occupano tutte dell’improvvisazione radicale, raccolte sotto le denominazioni di Atman sound project e Mumachine. Altro? Sì: ho una produzione letteraria sterminata, come si può leggere su Wikipedia, alla mia voce, cui rimando. Cerco di applicare la mia visione filosofica a uno stile di vita: un insegnamento che ho mutuato soprattutto dalla filosofia dell’estremo oriente, cinese e giapponese, il Chan, il taoismo e lo zen.
K.N.M.: Ci deve essere stato un momento della vita in cui ha volto lo sguardo all’oriente, allo Zen. Com’è successo?
L.V.A.: Sono partito dalla filosofia indiana, dall’interesse dei Beatles per la meditazione. In quel momento, negli anni 60, tutto sembrava portare a una fusione tra la musica, la filosofia e l’oriente. Lo zen è stato la tappa principale di questa ricerca, scoperto per caso attraverso un libro di Allan Watts all’edicola della stazione ferroviaria di San Benedetto del Tronto. Come tanti ho cercato una nuova religiosità o una concezione spirituale nell’estremo oriente.
K.N.M.: Chiedendo, leggendo, informandosi… alla domanda “Cos’è lo Zen?” le risposte spesso sono state: “Il vuoto all’interno del contenitore.”, “Tutto, quindi Nulla.”, “Quel che rimane quando hai tolto il resto” (questo forse era il Tao), “Dormire quando si è stanchi, mangiare quando si ha fame”. Con il tempo ho capito molte di queste risposte, ma c’è stato bisogno di studio. Esiste una risposta più semplice ed immediata? (dopo tutto siamo rudi guerrieri)
L.V.A.: Cercare di diventare soltanto quello che si è, qualsiasi cosa sia. Per poi scoprire che lo siamo già. Criptico, ma mirato.
K.N.M.: in qualche maniera lo Zen è risultato ben fruibile per il Samurai. Ma il Buddismo ha un insieme di precetti che non sembrano combaciare con il quotidiano di chi vive di Spada. Com’è stata gestita questa contraddizione?
L.V.A.: Accettandola fino in fondo, accogliendo ciò che era compatibile e cercando di rielaborare il resto. Nello zen non c’è un’etica normativa, quindi non è stato difficile dal punto di vista storico. O meglio, in un certo zen non c’è un’etica normativa, ed è questo che ha interessato i samurai: l’immediatezza, la spontaneità, il non pensiero e l’assenza di significato della vita e del mondo.
K.N.M.: introduciamo un’altra parola famosa: “il bushido”. La colonna portante di questo codice sembra essere il Confucianesimo, c’è anche dello Zen? Dove?
L.V.A.: Il confucianesimo si interessa dei rapporti interpersonali, tra il signore e il samurai, all’interno del nucleo familiare e della società. La fedeltà e la lealtà dovrebbero essere i pilastri dell’etica del samurai. C’è stato un periodo, sia in Cina che in Giappone, che il confucianesimo ha acquistato tratti zen, attraverso la meditazione e il guardare dentro la propria natura, la cerimonia del tè e la capacità di produrre poesie in stile zen come un certo haiku.
K.N.M.: quindi, tirando le somme (ricordiamolo, siamo pragmatici), quali sono i punti d’incontro tra l’uomo della Spada e lo Zen?
L.V.A.: Si può vivere della propria arte, sia la scherma o la meditazione. L’atteggiamento è sempre il medesimo: l’egocentrismo viene messo da parte. L’eleganza dello stile può essere un valore di riferimento sia per il meditante che per il samurai.
K.N.M.: nei suoi libri fonde, con maestria, la narrativa alla saggistica. Ci racconta aneddoti che spesso hanno famosi samurai, monaci o maestri del tè come protagonisti. Ce ne racconta uno?
L.V.A.: La ringrazio di questa osservazione. Mi prefiggo esattamente questa fusione con i miei libri, e non riesco a concepire le due sfere come separate: lo si vede in tante opere letterarie sia in Cina che in Giappone. L’aneddoto migliore riguarda Rikyū, il maestro zen della cerimonia del tè. In previsione della visita di un illustre personaggio, un suo allievo pulisce il sentiero dove questi dovrà passare. Rikyu se ne accorge, e fa cadere di proposito sulla strada le foglie degli alberi. Il terreno acquista una qualità wabi/sabi, imperfetta e polverosa: una estetica che ha il compito di far notare la pienezza della vita e la sua disarmonia, di contro alla estetica occidentale del perfezionismo.
K.N.M.: saltiamo ai giorni nostri. In oriente come in occidente, che fine ha fatto il bushido? Lo zen? I samurai? (Quest’ultima domanda forse potrebbe rivolgerla lei a noi)
L.V.A.:  Riguardo al bushido, la giro a voi, anche perché mi sto accorgendo che sto parlando troppo. Dal punto di vista storico i samurai sono stati messi fuorilegge durante la restaurazione dell’epoca Meiji. Ho scritto un libro sui kamikaze giapponesi dell’ultima guerra mondiale, osservando come i loro ufficiali principali provenissero da famiglie di samurai, e fossero impegnati del loro spirito. Quanto allo zen, ho avuto numerosi contatti con alcuni esponenti in Italia, organizzando convegni e seminari. Come in tutti i casi di diffusione del buddhismo, lo zen in Occidente si è contaminato con altre correnti, come il cristianesimo. Mi astengo da altre considerazioni generiche e approssimative; auspico che lo zen possa recuperare il suo spirito primigenio, rifuggendo dal dogmatismo e dalla liturgia – un discorso che vale per ogni forma di buddhismo in occidente o meno.
K.N.M.: Chi pratica Kendo, dopo un breve periodo, si accorge che la sua pratica potrebbe concentrarsi esclusivamente nel progressivo miglioramento nell’esecuzione di un singolo taglio, quello alla testa, il “men”. Un praticante di Taiko (del Fudentaiko) mi ha insegnato che l’obiettivo della sua disciplina si riassume nella riprodurre un suono perfetto, nella tecnica base: il “don”. Si può dire lo stesso per le altre discipline di origine Giapponese? Dove ci porta questa ricerca della perfezione?
L.V.A.: C’è una ricerca della perfezione, ma secondo l’aneddoto surriportato. Si tratta di schemi diversi, rispetto a quelli occidentali della prestazione. Tuttavia, a volte si può cadere anche in questi. Ma il wabi/sabi dovrebbe essere rispettato: la perfezione dell’imperfezione. Il pericolo del perfezionismo potrebbe essere il manierismo e l’insincerità: valori che ci allontanano dallo zen, dal confucianesimo e dal taoismo.
K.N.M.: Lei pratica meditazione. Zazen? Se è possibile chiederlo, perché? Anche questa pratica, dove la porta? Dove ci porterebbe se la scegliessimo anche noi?
LVA: Pratico la meditazione e organizzo corsi di una tecnica che ho mutuato dal buddhismo e dal sufismo, nella cornice della psicologia dinamica, disciplina che ho insegnato. Ho una formazione psicoterapeutica. La meditazione mi aiuta nel mio lavoro di insegnante universitario, nella pratica della musica, nei rapporti interpersonali: in qualsiasi campo. Non credo nell’adozione di posizioni prestabilite, e questo mi discosta dallo yoga e da una adesione rigida allo zazen. La meditazione è utile per qualsiasi disciplina o forma di apprendimento.
K.N.M.: Infine, tra le sue pubblicazioni, oltre a quelle già citate che personalmente invito tutti a leggere, c’è qualcosa “fatto apposta per noi”?
L.V.A.: Il mio e-book: Sunzi: L’arte della guerra per conoscere se stessi. Avevo già tradotto per Rizzoli l’arte della guerra, l’opera di Sunzi. Davo per scontato che il lettore potesse applicarne i principi alle sue diverse attività. In questo e-book compio io questo lavoro per lui, anche in seguito alle richieste pervenutemi. L’opera di Sunzi è stata studiata dai samurai in ogni periodo della storia del Giappone, ed è la base di qualsiasi altra opera strategica estremo-orientale. In un volume pubblicato da Rizzoli, sull’arte della guerra e della strategia, ho tradotto e commentato i principali scritti sul tema cinesi e giapponesi.
KNM: La ringrazio per il suo tempo e par aver dato seguito a questo interlocutore probabilmente diverso da quelli con cui è abituato a conversare. Quella di crescere, imparare, migliorare è una nostra ossessione: ci saluta con qualcosa di cui possiamo far tesoro?
LVA:  È la domanda più difficile. Ci dormo sopra e domani mattina le scrivo la risposta…(Dopo il sonno) Uscire dagli schemi e adattarsi alle situazioni.