Kendo nelle Marche


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Seminario ed esami Lucca 2018

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La palestra è ancora deserta, fuori il sole alto; la luce di una promettente primavera cerca di farsi strada all’interno. Presto questo silenzio cesserà, per lasciare il posto all’incessante battere dei piedi, alla concitazione degli incontri.
 
In avanscoperta, per l’Umi no Kenshi di Porto S. Giorgio, siamo Corinna ed io; Marco e Alessandro, pronto a sostenere l’esame di 1° kyu, ci raggiungeranno il giorno dopo. In poco tempo, i men allineati sono una lunga schiera che colora l’intera lunghezza della palestra.

Il clima è ovattato, di quella calma tesa di concentrazione in vista di una prova importante.

Dopo gli esercizi di riscaldamento e il saluto iniziale, il maestro Bolognesi ci riassume quello che sarà il programma dell’allenamento pomeridiano: tecniche base per prepararci a quanto ci verrà richiesto all’esame. Fare con calma, fare bene, queste le indicazioni. Prendersi tutto il tempo necessario per focalizzare e realizzare i movimenti nel modo più corretto e preciso possibile.
 
Indossato il bogu e divisi in due gruppi (1° kyu – shodan / nidan) i primi esercizi sono dedicati a men-uchi (grande e piccolo) e kote-uchi, analizzati nei singoli dettagli. Viene evidenziato il ruolo primario della mano sinistra che deve essere salda per imprimere la corretta direzione alla shinai; del piede sinistro che, in spinta continua, muove tutto il corpo e consente, nel momento in cui è richiamato, di effettuare tagli netti e precisi e ripartire in avanti.
Si ricorda che non è considerato ippon il colpo che finisce sul men-gane, per cui si richiedono profondità e braccia ben distese.
Una attenzione particolare è quindi dedicata alla ricerca della distanza funzionale all’attacco.
 
Si continua con una sequenza di oji-waza, tra cui: men-kaeshi-do, men-suriage-men, kote-nuki-men, evidenziando la necessaria continuità d’azione tra semé e waza, con fluidità di movimento, sempre proiettati in avanti, senza timore di essere colpiti (sutemi).
 
La pratica del kirikaeshi, prova d’esame per gli aspiranti 1° kyu e shodan, occupa buona parte dell’allenamento e viene proposta in due forme: nella prima, motodachi riceve senza parare; nella seconda (la corretta, viene specificato) motodachi para regolarmente. Si sottolinea come, in entrambe le versioni, kakarité deve andare sempre correttamente in sayu-men a bersaglio, senza lasciarsi condizionare dalla posizione della shinai dell’avversario. Si aggiunge che non è la forza, ma il movimento delle gambe a consentire tagli efficaci.
 
Tutte le indicazioni vengono sintetizzate nel mawarigeiko finale, che ci vede confrontare l’uno contro l’altro in jigeiko.
 
La stanchezza del viaggio e dell’allenamento si fanno sentire. La tensione per l’esame altrettanto, ma mai quanto il giorno dopo, quando, di prima mattina, ci ritroviamo in palestra per il keiko. Ora siamo molti di più, e ci avviciniamo tutti spalla a spalla dopo lo stretching per il saluto con il bokken. Che il momento della prova si stia avvicinando è evidente dai volti tirati di molti.
 
Il mio gruppo (1° kyu – shodan) è guidato da Papaccio e Brivio. Ci concentriamo sulla pratica delle prime tre forme dei kata che ci saranno poi richieste in sede d’esame. In particolare il terzo viene scomposto nei suoi principali passaggi. La buona notizia è che non siamo caduti nel tipico errore di uchitachi di andare indietro – dopo le parate – con il piede destro, piuttosto che con il sinistro. La cattiva è che i primi tsuki che uchitachi e shitachi si scambiano sono tutti troppo alti: non bisogna mirare alla gola ma piuttosto allo sterno/stomaco. Ci viene ricordato inoltre che, quando si para, il movimento parte dalle anche e le braccia seguono.
 
Si torna a kirikaeshi e vengono ribaditi i concetti già espressi nel pomeriggio precedente. Il tempo sembra scorrere improvvisamente più veloce e ci ritroviamo in un intenso mawarigeiko finale a cui i sensei si uniscono per fornire gli ultimi consigli prima dell’esame. Il jigeiko è stancante, il confronto con gli altri mette in luce altri dubbi e insicurezze, ma i movimenti a mano a mano si fanno più fluidi e l’esercizio scalda il corpo per prepararlo alla prova.
 
Congedati, nell’attesa di ricevere i numeri, tra gli esaminandi qualcuno mangia, altri sistemano il bogu e drappeggiano con cura l’hakama. C’è chi stempera l’agitazione chiacchierando o provando tecniche con i compagni. La macchinetta sforna caffé a ripetizione. Tutto poi accade velocemente; in breve ci ritroviamo allineati nelle rispettive pool, pronti a dare il nostro meglio. E così è stato.
 
Al termine delle prove, il maestro Bolognesi ha elogiato l’impegno di tutti; un appunto è stato fatto sui kata, di cui ha riconosciuto la necessità di un maggiore studio, e sul kiai, da potenziare. Ha quindi invitato a non considerare l’esito negativo come un fallimento ma piuttosto come una preziosa occasione di riflessione, incoraggiando invece i promossi a impegnarsi per consolidare da questo momento in avanti il grado raggiunto.
 

Personalmente, vedere e conoscere tanti kendoka da città diverse, ognuno con la propria storia e motivazione, così impegnati nella pratica, è sempre un motivo di forte emozione. Ho apprezzato inoltre molto la capacità dei sensei di trasmettere tranquillità e al tempo stesso grinta per disporci all’esame con la massima serenità possibile, senza perdere mai di vista l’obiettivo principale: imparare.

 

Davvero grazie a tutti quelli che hanno condiviso con me questa esperienza e con i quali mi sono confrontata; a tutti i compagni del dojo Umi no Kenshi che, in modi diversi – ognuno di loro sa come – mi hanno incoraggiato in vista dell’esame di shodan.
Grazie, infine, con il cuore a chi mi ha detto parole che mi hanno permesso di superarmi.

 
Ed ora, festa!
Michela Sbaffo
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Stage invernale CIK – EKF 2017

Siamo al Seminario autunnale di Kendo con esami CIK da 3 a 5 dan ed esami EKF di 6 e 7 dan. Evento condotto condotto da una delegazione ZNKR coadiuvata da 7° dan italiani.
I maestri giapponesi, componenti della delegazione sono: Saburo IwatateHanshi 8 Dan, Takao Fujiwara, Hanshi 8 Dan, Tatsuaki Kosaka, Hanshi 8 Dan.

E’ difficile scrivere un resoconto di uno stage di questo livello vista la quantità di elementi che hanno composto quella mistura di competenze, esperienze, sensazioni a cui i partecipanti potevano attingere.

Cominciamo da ciò che era più evidente. Il seminario, frutto di una collaborazione tra la Confederazione Italiana Kendo e la European Kendo Federation, ha registrato la massima affluenza tra tutti gli eventi mai organizzati dalla CIK. Oltre al numero, impressionante, saltava all’occhio anche l’internazionalità dei partecipanti. Ricordo di aver visto zekken con la bandiera Italiana, Giapponese, Francese, Svizzera, Finlandese, Danese, Spagnola, Turca, Croata ed Uruguaiana (e magari qualcuno mi è sfuggito). Alla luce di ciò, sono certo che chi ha preso parte all’evento abbia avuto la sensazione, come me, di far parte di qualcosa di grande.

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I partecipanti al seminario. Foto di Tugce Belin.

Per centrare il cuore del seminario, gli insegnamenti dei maestri, andiamo a Domenica mattina, quando Kosaka sensei (con un intervento di Fujiwara sensei) ci ha guidato in un intenso e poetico viaggio attraverso i valori e la visione della pratica del Kendo. E’ stato encomiabile il lavoro di Murata sensei e di Leonardo Brivio nel tradurre le parole dei maestri in Italiano ed in Inglese. Sono certo quindi di non render merito agli insegnamenti dei maestri ed al lavoro di traduzione andando a cercare di riassumere (a parole mie) l’insegnamento ricevuto. Vogliano e vogliate scusarmi se nel rendicontare quanto detto confondo qualche termine o commetto qualche imprecisione.

Murata sensei durante la spiegazione delle parole del Maestro.

Le prime osservazioni sono state in merito al termine “On” tradotto come riconoscenza e, altrove, come obbligo nei confronti di qualcuno.
Gli “On” evidenziati dal maestro sono stati: quello verso i nostri genitori (oya on), quello verso la patria, o meglio, verso il contesto sociale e culturale in cui viviamo, quello verso nostri insegnanti (shi no on) e quello verso i nostri compagni di pratica.

Esiste qualcuno che ci ha generati, una società che ci permette di intraprendere un cammino, degli insegnanti che tramandano un sapere e dei compagni indispensabili per poter praticare questa disciplina. Prenderne atto, essere riconoscenti con tutti loro, è alla base di tutto, è una condizione affinché possiamo dare il giusto valore a quel che stiamo facendo.

Per tradurre questa riconoscenza in realtà, ci sono stati proposti due motti:

“Siate la fonte della felicità degli altri”

“Siate fonte d’aiuto per gli altri”

Due espressioni estremamente semplici per chiarezza e, al contempo, drasticamente difficili da attuare.

Questa è predisposizione interiore alla pratica, lo spirito con il quale bisogna affrontare il lavoro quotidiano nel dojo.
Quest’altra semplice espressione:

“Praticare pienamente per tutta la vita”

Introduce la modalità con cui pensare allo shugyo: un impegno che non si protrae per la durata di un corso, per una fase della vita o fino al conseguimento di un traguardo. Piuttosto una costante nella nostra esistenza. Il Maestro ha indugiato a lungo su quel “pienamente” che sottolinea come la costanza della pratica deve avere anche una caratteristica qualitativa che sia di massimo coinvolgimento, partecipazione ed attenzione. Non basta esserci, bisogna esserci pienamente.
Questa pienezza, questa serietà deve avere anche delle connotazioni di obiettività. Quando veniamo colpiti, praticare con pienezza vuol dire chiedersi: “Cos’ha permesso al mio opponente di colpirmi? Dove ho avuto una lacuna?”. Allo stesso modo, quando mettiamo a segno un colpo, è necessario metter da parte l’entusiasmo e chiedersi: “Cosa manca a questo colpo per essere perfetto?” – perché perfetto non può essere – “Come sono riuscito a costruirlo?”

“Nessuno può sapere se alla fine del nostro percorso incontreremo il Satori (l’illuminazione) o se avremo solo tanti dubbi.
Quel che conta è non guardare indietro ma andare avanti e continuare a praticare”

Con questa massima, scritta con la metrica propria delle poesie, insisteva sul concetto di Shugyo per tutta la vita, pur senza sapere se si va incontro al Satori o solamente a tanti dubbi.

Il maestro conclude quest’interessantissima lezione con un’ulteriore visione secondo la quale la pratica del kendo corrisponde a “tante montagne, tante nuvole”.
L’immagine disegnata da questo motto è quella di una montagna dietro l’altra. Una volta raggiunta, probabilmente con difficoltà, la cima della prima montagna, si scorge una seconda ancora più alta. Scalata la vetta della seconda, ecco una terza più maestosa. E così via.
Se ciò non bastasse, tra una montagna e l’altra ci sono banchi di nuvole che ci fanno rischiare di perdere la strada.
Ecco a cosa corrisponde la pratica del Kendo: ad una serie di difficoltà da affrontare sempre maggiori (montagne), in un contesto colmo di insidie (nuvole).

Proprio grazie a questo concetto mi è facile tornare all’allenamento del Sabato mattina, basato sullo studio dei “Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho”.
“Niente di complicato” penseranno i più. Ho avuto la fortuna però di poterli studiare proprio nelle vicinanze di uno dei nanadan europei che coadiuvavano i maestri durante il seminario.
Probabilmente la mia supponenza nel “conoscere” questi kata consisteva nell’aver scalato la prima montagna, la più bassa. E’ stato scioccante scoprire che davanti c’era una montagna ben più grande: persino il primo men del primo kata era difettoso.
Bisognava ricominciare tutto da capo.

Lo studio di questi kata si colloca in una didattica che passa per queste tre fasi:

Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho
Nihon kendo no kata
– Pratica con lo shinai

Il senso di questo percorso è quello di costruire una consapevolezza della spada prima di iniziare a scambiare colpi con uno shinai.
Lo stesso percorso è stato quello proposto dai Maestri. Lo studio dei Bokuto ni yoru kendo kihon waza keiko ho ha infatti preceduto la ripetizione delle stesse tecniche con shinai e bogu.
L’obiettivo è quello di attuare un colpo tecnicamente corretto con “ki ken tai no ichi” nel preciso istante in cui l’occasione, il suki (debolezza di spirito, della tecnica o della guardia dell’avversario) si palesa.
Questo tempismo è detto “ichi bioshi” (un sol respiro o un sol battito) ed è realizzabile solo grazie ad una pratica instancabile, continua e corretta.

Come spesso accade l’attenzione dei Maestri era più rivolta alla postura, alla posizione della testa, dei piedi, delle spalle che non alla velocità o la forza con la quale viene portato un colpo.
Anche questo si rispecchia nel percorso citato che vuole che innanzi tutto si curi la forma e la consapevolezza che quel che maneggiamo non è un manufatto di bamboo, ma una spada.

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Embu dei Kata Bokuto ni yoru Kendo kihon waza keiko ho. Al termine il Maestro si è complimentato con Angela Papaccio per aver vissuto il momento con tanta intensità (pienezza) da esser arrivata con il fiato corto al termine del nono kata.

Durante il seminario ci sono stati due momenti per il jigeiko: un lunghissimo mawarigeiko (un’ora circa) al termine di Sabato pomeriggio ed un jigeiko libero al termine di Domenica mattina.

Infine giungiamo alle sessioni d’esame dal 3° dan al 7° dan. Non essendo coinvolto negli esami non posso che unirmi alle congratulazioni rivolte sia a chi ha sostenuto con esito positivo la prova che a chi, con forse meno soddisfazione, ha comunque accettato di porre il suo operato (ed il suo cammino) al giudizio altrui affinché ne fosse valutata la qualità.

Spero di esser riuscito a trasmettere in queste poche e confuse righe lo spessore di quest’evento. Se ho imparato qualcosa è mio dovere ora rispettare l’on verso i maestri europei e giapponesi che hanno messo il loro sapere a nostra disposizione; l’on verso la patria che tramite le istituzioni CIK e EKF hanno reso possibile quest’evento affinché i praticanti europei possano vivere esperienze di questo livello; l’on verso i miei compagni di pratica: Paolo, Laura e Michela che hanno condiviso con me la trasferta a Modena e tutti gli altri con i quali, nel dojo, cercheremo di mettere a frutto quanto appreso. Per l’on verso i miei genitori, me la vedrò privatamente… 😉

Grazie a tutti.

 


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Seminario ed esami primaverili CIK 2017

Partiamo dai momenti finali di Domenica 11/06/2017.
Io, Paolo, Laura (Uminokenshi, Porto San Giorgio) e Diego (ATM Hagakure, Chiaravalle) abbiamo montato un tavolinetto nell’aiuola vicino al parcheggio, ci godiamo sole, pasta e formaggi.

Rara foto di kendoka gitani

Tra scherzi, pettegolezzi e cibo, questa famigliola bucolica è disturbata dal buon Alexandro. La prima cosa che dava all’occhio era l’eleganza della sua camicia bianca su pantalone nero che cozzava con il nostro pantaloncino corto su infradito da bagnante. La seconda era che sventolava un numero (309) mentre noi armeggiavamo con le posate. La terza è che alla nostra flemma si contrapponeva il suo “Diego, ma dove *€$§%% sei?!”. Già, scherzi a parte, il ringraziamento alla premura di Alexandro è doveroso (testimonianza nella foto), perchè mentre nel palazzetto avveniva la consegna dei numeri per l’imminente esame, noi probabilmente stavamo salando la pasta. Dimentichi del resto.

Effusioni

C’è di che vergognarsi, lo ammetto, ma il motivo per cui non abbiamo tentato di archiviare questa nostra noncuranza nel dimenticatoio è proprio per mettere in risalto la tranquillità con cui il buon Diego si è sottoposto all’esame. Se ripenso alla mia prova, ricordo un Sabato in costante agitazione, Domenica non ho pranzato, ero pronto sul posto un’ora prima, ingannavo l’attesa con suburi, ashi-sabaki, sfodero/rinfodero, un fumikomi ogni tanto “giusto per”. Insomma, tutti i sintomi dell’ansia che conosciamo bene. Il nostro campione invece pasteggiava allegramente.
L’esisto sono stati due ottimi tachiai ed il kendo sandan!

Come si ottiene quella calma? Tralasciando misticismo e pratiche esoteriche varie, il segreto è il percorso. Ne abbiamo parlato altre volte, è la ricchezza del bagaglio costruito grazie a delle prove negative. Una reazione intelligente costringe a lavorare in maniera differente, a cercare il dettaglio, a rincorrere l’errore. Se questo viene fatto, il successo è già raggiunto e al momento del nuke-to difronte alla commissione, hai già vinto o hai già perso. A prescindere dall’esito dell’esame.

Ora torniamo all’inizio. Siamo allo stage primaverile del 2017 della Confederazione Italiana Kendo. L’affluenza è sempre impressionante, tanto che il mio gruppo di pratica deve lavorare a gruppi da tre e non con le solite coppie, per ovviare ai problemi di spazio. La pratica è differenziata per mudan, kyusha e shodan (con i maestri Lancini Bolognesi), nidan e sandan (con i maestri Pomero, Papaccio e Moretti), yondan godan e rokudan (con i maestri Zago e Murata). Durante le due giornate ci sono stati due momenti dedicati allo studio dei kendo-no-kata, la pratica specifica del gruppo, due jigeiko liberi a conclusione di ogni giornata.

Da praticante nel gruppo “intermedio” posso raccontare il senso del nostro seminario: un lavoro tutto incentrato nell’attenzione e nel controllo dell’avversario, nel tenere sempre la concentrazione, nel sapere cosa sta accadendo per dar senso ai propri tagli e allo zanshin. Un aneddoto personale: dopo tutto questo lavoro, facendo Jigeiko con Dado la scena è stata questa: saluto, sonkio, nuke-to, mi stampa un men prima che io capissi dov’ero. Morto, finito, posso rinfoderare. Insomma, il lavoro precedente mi insegnava “cosa fare”, Dado mi ha spiegato “perchè farlo”. Ovviamente sono riconoscente ad entrambi e questo basterebbe a dar senso alla frequenza al seminario.

Non conosco il lavoro fatto dagli altri gruppi, se non che so che il gruppo dei mudan-kiusha-shodan è arrivato boccheggiante a fine stage e che sentivamo costantemente i kiai, l’intensità ed il fragore della loro pratica. Certamente appagante.

Come ad ogni appuntamento, si torna a casa con tanto da lavorare. Vuoi per nuovi spunti e nuove intuizioni, vuoi per delle lacune emerse… c’è sempre molto da fare.
Ancora congratulazioni a Diego per aver regalato un altro sandan al kendo Marchigiano (si cresce). Ed ora… godiamoci l’estate!

 

 


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Esami Kyusha Maggio 2017

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Il 18 Maggio 2017 i dojo Ikendenshin di Pesaro e Uminokenshi di Porto San Giorgio hanno condiviso una sessione d’esame rivolta ai kyusha.
Questa data si aggiunge ad un lungo elenco che testimonia come nell’ultimo decennio nelle Marche sia viva l’usanza di svolgere gli “esami interni”… all’esterno! Al piacere di incrociare lo shinai con vecchi amici e nuovi kendoka questo aggiunge degli elementi importanti e propri del kendo.

L’esaminando deve mostrare la qualità del proprio kendo in poco tempo a degli esaminatori che non lo conoscono. Prende vita lo slogan del Trofeo dell’Adriatico: “Tutto in un solo colpo”.

I praticanti vengono a contatto con l’aspetto “sociale” del kendo. Il loro è un percorso comune che più volte si incrocerà e si affiancherà a quello dei ragazzi e delle ragazze con coi hanno condiviso i primi esami. In futuro avranno altre occasioni per misurarsi, dovranno di certo sostenersi nei momenti più delicati, stimolarsi, mettersi in competizione, trarre ispirazione gli uni dagli altri, “invidiarsi” e, non meno importante, condividere le spese dei vari spostamenti in giro per l’Italia con gli shiai in spalla!

Vi è inoltre un’espressione di grande umiltà nell’accettare di essere giudicato/valutato/misurato da sconosciuti. Sarà certamente capitato e certamente capiterà che il risultato non sia in accordo con le aspettative o con la realtà, ma è la bandierina che si alza per un ippon che giudichiamo inesistente, è il contendente con cui non riesci ad esprimere il tuo valore, è il praticante che si allena meno e che riesce ad ottenere risultati migliori dei tuoi, è la vita. This is Kendo!

Infine c’è il daini dojo!

I nostri 6 eroi si sono comportati egregiamente, distribuendosi i gradi di 4° e 3° kyu. Ora si torna in palestra dove, poco importa il grado, c’è sempre da indossare il men e toglierselo solo quand’è grondante di sudore!


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Pedaso Hanami 2017

Alla 5° edizione dell’Hanami di Pedaso, mi rendo pienamente conto di quanto l’idea della Contea dei Ciliegi di organizzare ed ospitare quest’evento sia stata una scelta veramente coraggiosa.

Il motivo, ahimè, e che non siamo all’altezza di evento simile.

Non siamo abituati ad osservare e ad apprezzare.

Non siamo in grado di cogliere quelle che l’ambasciatore giapponese, presente già dalla scorsa edizione, ha sottolineato essere le meravigliose caratteristiche di ogni stagione.
Per tanti un fiore è un fiore, cosa importa se quel fiore esiste solo per una settimana poi se ne riparla l’anno prossimo. Chi si interessa del ciliegio, della transitorietà? Dopo tutto oggigiorno “zen” è per lo più usato come suffisso per individuare un tipo di oggettistica.

Quindi, per farlo all’italiana è necessario che ci sia da mangiare, da bere, da compare, da fare, insomma tutto purché non si tratti di starsene lì, serenamente, sotto i ciliegi. E dire che “hanami” vuol dire “guardare i fiori”.

Senza biasimo alcuno, l’organizzazione dell’evento ha quindi dovuto far i conti con il suo pubblico ed adattare l’Hanami ad una festa di “cose giapponesi”. Siamo nelle Marche, lontani dalle città dove c’è tutto di tutto, e questa può essere considerata un’impresa titanica… ma ce l’hanno fatta!
Laboratori di furoshiki, taiko, karate, mostra di yukata, ninjutsu, conferenza sul wabi-sabi, koi koi, suminagashi, daito-ryu aikijujutsu, kendo (noi!) erano solo parte del galà di attori che cercavano di rubar la scena al ciliegio. (Ah, i cosplayer! Cosplayer ovunque!)

Se nel 2013 contammo a vista qualche centinaio di persone, oggi i giornali parlano di undicimila presenze per l’edizione del 2017. (Pedaso, il comune che ospita l’evento, non arriva a tremila abitanti).

Quindi, ammettendo ed accettando il compromesso, non si può che parlare di successo!
Affrontando un’affluenza di ospiti sempre maggiore, spunti e lacune sulle quali lavorare ce ne sono e ce ne saranno sempre, ma portare così tante persone all’aria aperta, in quella cornice meravigliosa che sono le colline che sovrastano Pedaso, non può che essere fonte di tanta soddisfazione.
Certo, il ciliegio sarà passato un po’ in sordina, ma mostrare ad una folla di queste dimensioni tutte quelle alternative alla quotidianità è assolutamente degno di nota!

Quest’anno con i ragazzi dell’Uminokenshi di Porto San Giorgio erano presenti Diego e Michela dell’ATM Hagakure di Chiaravalle ed Emanuela e Jacopo dello Shinkensuikan di Rimini (doverosi i ringraziamenti!). Insieme abbiamo goduto della giornata praticando liberamene qua e là nel parco (eh si, anche noi fermi sotto i ciliegi non abbiamo saputo starci!). Gli ospiti dell’hanami potevano scoprire in una radura tra i ciliegi i nostri amici di Rimini che studiavano i jodo no kata o esser disturbati ed incuriositi dai kiai delle singolar tenzoni che si accendevano ogni dieci minuti tra Diego e lo sfidante di turno. Ogni volta che si sfoderava un bokuto, un jo o uno shinai era subito bagno di folla e sempre bisognava ricordare che quella non era una dimostrazione, ci stavamo solo divertendo, la dimostrazione ci sarebbe stata, e ci fu, nel tardo pomeriggio.

La partecipazione ad eventi spesso non dà risultati immediati ma certamente è utile per affondare le radici nel territorio e ci costringe ad attività come: organizzare, trasportare, montare, smontare, pulire, relazionarsi con esterni, etc. Insomma, molto di quanto non è sperimentabile all’interno delle quattro mura del dojo ma che comunque è importante per la nostra formazione e ci insegna a lavorare tra compagni di pratica.

Ringraziando ancora Diego, Michela, Emanuela e Jacopo (condannati ormai ad essere protagonisti futuri dell’evento) e la Contea dei Ciliegi per l’opportunità concessaci, torniamo alla pratica quotidiana con qualcosa in più!

Speriamo che, continuando a praticare e rispettando la visione Semplice, quindi bello!”, impareremo ad osservare ed ascoltare i Ciliegi.
Hanno avuto tanto da insegnare e, di primavera in primavera, indolenti malgrado la qualità degli astanti, tanto vogliono ancora da dirci.


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Elogio alla bocciatura

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Come affrontare l’esito di un esame lo sappiamo bene.
Conosciamo a menadito aforismi come:

“Non perdo mai. O vinco, o imparo.”

Abbiamo ascoltato più volte le indicazioni dei maestri che ci raccomandano di non dare al risultato dell’esame la concezione di successo/fallimento, ma di intenderlo come strumento di valutazione per il nostro livello.
Sagge parole, ascoltate alla fine di ogni sessione d’esame. Recentemente Moretti sensei ha addirittura preferito anticipare il discorso prima delle prove, affinché tutti fossero presenti e nello stato d’animo adatto per ascoltarlo e recepirlo.
Parole che abbiamo capito, alle quali crediamo, ma che lasciano sempre spazio a quel:

“Si però… se non perdessi sarebbe meglio!”

E così anch’io, prima e dopo che venissi bocciato (parola che il Presidente ci ha esortato a non usare) all’esame della scorsa primavera ho ignorato la visione “positiva” del fallimento che mi veniva proposta e ardivo alla promozione.
Oggi, ho capito qualcosa in più sul senso di quelle parole.

Procediamo con ordine.
Fino al conseguimento del 2° dan il mio approccio agli esami è stato questo: praticavo kendo, allenandomi in qualche maniera miglioravo, mi recavo agli esami e venivo promosso. 1° kyu, 1° dan, 2° dan. Tre esami fatti in questa maniera. Il 1° kyu nel 2011, il 2° dan nel 2014. Ho impiegato un anno in più rispetto al tempo minimo previsto a causa della fortunata nascita di mia figlia (E’ nata il 19, l’esame era il 22. Se fossi andato all’esame la madre non me lo avrebbe perdonato!).
Quindi, ammettiamolo, di consapevolezza ce n’è stata poca. 1° errore.
Immediatamente dopo il conseguimento del 2° dan, ho pensato che la prossima prova fosse lontana nel tempo. Talmente distante che valeva la pena rilassarsi un po’. Col senno del poi immagino questa scena: devo superare un dirupo ed ho la possibilità di prendere una bella rincorsa, invece mi trastullo fino in prossimità del salto, poi cerco di fare un gran balzo con solo due o tre passi di slancio. Vista così, è evidente che questo sia stato il 2° errore. A mia discolpa almeno, a differenza degli altri esami, questa volta mi sono convinto che la pratica non bastasse. Dovevo capire bene “come” praticavo e come invece avrei dovuto farlo. Partecipo quindi per la prima volta ad un seminario primaverile della CIK. E’ il 2015, esattamente un anno prima al mio futuro esame. La sfortuna ci mette del suo ed arrivo a Modena con un muscolo della gamba mal messo. Mi convinco che ce la posso fare comunque. Faccio in tempo a fare il saluto e quando mi alzo da seiza una fitta alla coscia mi avverte che il mio stage finisce lì. Con un bel rei e nulla di più. Oramai ci sono e partecipo come spettatore. Mi consola il fatto che questo abbia un nome giapponese “Mitori geiko”. Il gruppo di mio interesse è guidato da Castelli sensei e dalle sue parole mi accorgo che in effetti c’è molto da cambiare. Per la prima volta smetto di fare kendo divertendomi e basta e provo a farlo per bene. Partecipo a più stage di quanti famiglia e portafogli possano reggerne e mi convinco di aver fatto un buon lavoro. Passo una settimana di privazioni in un monastero zen (mi sarebbe piaciuto essere stato promosso subito dopo quell’esperienza, avrei avuto una bella storia da raccontare!). Infine esattamente un anno dopo quel seminario primaverile, provo il mio primo esame di 3° dan!

Bocciato.

Da buon italiano la prima reazione è quella di incolpare l’arbitro, poi le condizioni di contorno, il clima sfavorevole, gli astri, l’invasione della cavallette. I monaci zen! Tutta colpa dei monaci zen!
Tornato in me mostro i video degli esami a maestri e kendoka esperti. Mi indicano i miei errori e questi diventano evidenti anche ai miei occhi. Comprendo che è giusto che io sia stato bocciato e che non poteva essere altrimenti!
Ecco, nell’anno trascorso qualcosa avevo capito, ma tra il comprendere un concetto ed il farlo proprio, c’è un mondo!
Sono ben determinato e voglio riprovare alla prossima occasione. Ci sono solo 6 mesi, cerco di sfruttarli al massimo.
Arriva un giorno – “un preciso giorno” – in cui ti accorgi di qualcosa e lì avviene il cambiamento. E’ rimasto poco tempo, lavoro su questa “epifania” e qualche piccolo risultato non tarda a mostrarsi.
A dicembre dello stesso anno…

Promosso!

Ora, cosa sarebbe successo se fossi stato promosso al primo tentativo?
Sono sicuro che mi sarei rilasciato dopo la prova percependo l’obiettivo successivo come veramente lontano.
Non avrei dovuto scavare nel mio modo di praticare per cercar di migliorare qualcosa.
Non sarebbe stato di certo “gratis”, ma sarebbe stato il semplice risultato degli anni di pratica.
Avrei perso quei mesi di ricerca in cui è avvenuto il cambiamento più importante nel mio modo di pensare al kendo.

Quindi, non dico che alla prossima occasione io non speri di essere promosso al primo colpo, ma di certo posso affermare…

Per fortuna che al mio primo esame di sandan sono stato bocciato!


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Esami Roma Ottobre 2016

img_9780Siamo a Roma, via Tripolitania 34, in casa A.R.K.

L’occasione è quella degli esami delle Confederazione Italiana Kendo per i gradi Ikkyu, Shodan e Nidan. L’affluenza è notevole, qualche addetto ai lavori parla di record. Nel saluto ci disponiamo su tre file ed io, in colpevole ritardo, non trovo quasi posto. Do ragione all’addetto ai lavori, ci sono veramente tanti kendoka! (Solo dalla costa adriatica sono confluiti a Roma quasi 20 kenshi!)

Il seminario che precede gli esami è condotto da Zago Sensei (Kendo Nanadan Kyoshi), il presidente della commissione d’esame, che è composta anche da: Fabio di Chio (Kendo Godan), Angela Papaccio (Kendo Rokudan Renshi), Alessandro Molinari (Kendo Rokudan), Andrea Li Causi (Kendo Godan).
Il programma della mattina è pensato per gli esaminandi e prevede: studio dei kata, pratica del kirikaeshi, kihon uchi, renzoku waza, mawarigeiko. Il tempo a nostra disposizione vola e siamo già al jigeiko. I praticanti sono tanti ed i kodansha chiedono ai sandan di unirsi ai motodachi per consentire a tutti più di un confronto.
Personalmente ricevo preziosi consigli sull’utilizzo della mano sinistra e sul mio modo di fare zanshin. Quanto basta per ripagare la trasferta 😉

E’ l’ora dell’esame. Tra i nostri c’è Daniele Onori alla sua prima esperienza e Paolo Verolini che si candida al nidan. Con me, a rilassarsi in tribuna, Laura Mecozzi.
L’esame è preceduto da una dimostrazione di Jodo a cura del Kiryoku di Roma, nelle persone di Margherita Carratu (jodo godan) e Roberto Milana (jodo yondan).

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Ammetto di conoscere veramente poco questa disciplina e di essere stato colpito, se non meravigliato, dai ritmi e dal dinamismo dei kata mostrati da questi due grandi praticanti. Appena un’ora dopo avrò l’occasione di complimentarmi con Roberto e di farmi tentare da questa disciplina. Conveniamo inseme che il tempo è tiranno, quasi ci impedisce di dedicarci ad una disciplina, figuriamoci a due. Però… Sappiamo tutti che la passione trova sempre una strada!

Terminati gli esami, come spesso accade, ci sono volti sorridenti e visi cupi.
Ogni Kendoka sa che si cresce di più attraverso le sconfitte che non grazie alle vittorie. Ce lo ricordano le parole di Asami sensei (riportate qui) e scherzosamente quest’immagine pubblicata qualche tempo fa:

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Di certo un passaggio importante affinché un risultato, quale esso sia, diventi utile alla nostra pratica è individuarne le cause. Per questo l’emozione del momento, specie la delusione (se non addirittura la rabbia), va subito messa da parte per dar spazio all’analisi dell’accaduto, forti dell’umiltà di chiedere laddove non si riesce a comprendere. La cosa fondamentale è che terminato un esame ognuno torni a casa con qualcosa su cui lavorare, con degli obiettivi chiari.
Questo è l’augurio che facciamo al nostro Daniele, neo ikkiu, insieme a quanti hanno superato il loro esame e a quelli che, come il nostro Paolo, hanno scoperto di avere ancora qualcosa da affinare per poter affrontare con successo la loro prova. Le congratulazioni vanno a fatte a tutti, perché questo è fare kendo.

Marco Papetti

Umi No Kenshi – Porto San Giorgio