Kendo nelle Marche

Okuzono Kuniyoshi (9-dan hanshi)

9 commenti

Le traduzioni non sono il mio passatempo preferito, ma stavolta ne è valsa la pena. Il kendo è fatto di azione, grandi insegnamenti e illuminazioni come dimostrano le parole di Okuzono Kuniyoshi. Una disciplina in cui la continua ricerca è alla base di tutto.


Tradotto da Alex Bennet – traduzione in italiano di Giulio Gabbianelli. Articolo originale in Kendo World 3.1 – 2004

Okuzono Kuniyoshi è nato a Kagoshima nel 1925. Dopo essersi laureato,  nel 1939 entra nella scuola della polizia di Osaka. Diventa istruttore nel 1972 e professore di kendo all’Accademia di Polizia nel 1978. Ha preso parte ai più prestigiosi tornei del Giappone, in particolare i Campionati Nazionali giapponesi, e ha ottenuto la vittoria del 13° torneo Meijimura dedicato agli 8° dan. Okozuno Kuniyoshi, oggi in pensione, si dedica attivamente alla divulgazione del kendo sia in patria che all’estero.

1. Iniziare l’allenamento determinato a sudare

Fino a poco tempo fa la mia opinione era  che il superamento degli esami dipendesse fondamentalmente dall’esperienza personale di chi giudicava. Oggi, con la recente pubblicazione fatta dalla AJKF delle direttive rivolte agli esaminatori e ai candidati, questa procedura è diventata molto più oggettiva per entrambe le parti coinvolte.

Secondo queste direttive, i 6°, 7° e 8° dan devono comprendere cosa sia il riai (il significato profondo del kendo) e prima di tutto possedere fukaku (dignità) e hin’i (grazia). Questo chiaramente oltre ad avere tutti i requisiti richiesti ai 5° dan. Questo vuol dire che i kodansha (candidati i grado elevato) devono mostrare delle qualità degne del grado che hanno, qualità ottenute a seguito di un periodo adeguato di studio e di allenamento. Secondo me, fukaku e hin’i sono la chiave di tutto.

Queste famose caratteristiche possono essere notate dal modo in cui si presenta il candidato. Quando faccio parte di una commissione d’esame è la prima cosa a cui presto attenzione. Guardo anche il kamae. In effetti è facile determinare quale sia il grado di comprensione del kendo di ciascuno dalla sola osservazione del suo kamae. Questo racchiude in sé il modo in cui si tiene la shinai, gli spostamenti, la postura etc etc… Il candidato deve essere nelle condizioni di muoversi comodamente mantenendo allo stesso tempo la correttezza di tutti gli elementi prima citati.

Di certo non si giunge facilmente ad avere  fukaku e al hin’i. Questo richiede degli anni di allenamento instancabile finché questi elementi non finiscono per diventare parte integrante dell’individuo. Se in una sessione d’esame il candidato sarà pervaso da queste qualità, la commissione lo noterà chiaramente. È infatti facile riconoscere chi fa finta di avere tali caratteristiche: i movimenti sono maldestri e non c’è nessuna aura o risonanza che colpisce il cuore.

Coloro che aspirano ai più alti gradi del kendo evidentemente possiedono da molto tempo questa cosa e comprendono ciò di cui parlo. Ma la sola comprensione non è abbastanza. I praticanti devono mettere in relazione questa consapevolezza con un allenamento serrato in cui devono porsi con la ferma intenzione di sudare. Soltanto alla fine di un lungo periodo di duro allenamento possiamo sviluppare le qualità di fukaku e hin’i.

Quando ero nella polizia di Osaka c’erano numerosi istruttori veramente molto forti. Quando dovevo combattere contro di loro facevo del mio meglio per attaccarli, ma il loro ki era sempre troppo forte e mi sentivo come se fossi controllato da loro. Dal canto loro, essi mi mettevano una pressione profonda e prima che me ne rendessi conto mi ritrovavo sudante e sbuffante, incapace di fare quello che sapevo fare. La pressione che erano capaci di applicare col solo potere del loro ki era dovuto ad anni di un duro allenamento.

Mi sono interrogato su questa incredibile energia che emanavano e mi sono domandato come avrei potuto anche io sviluppare un tale ki. La risposta che ho trovato è stata di prendere con forza la maggior quantità possibile della loro energia e di attaccare il più possibile, vada come vada. Ho fatto questo in numerose e rudi sessioni di allenamento con tanto sudore che non oso nemmeno ricordare, ma ne è valsa la pena.

La cosa importante è di “ricevere” il ki dal proprio maestro. Essere capaci di ricevere il ki del proprio istruttore è un gran privilegio ed è questo sentimento che permette di sopportare le più dure sessioni di allenamento. I grandi maestri, come Mochida sensei -10° dan-  si allenavano impiegando fino alla più piccola particella di ki che avevano a disposizione a prescindere dall’avversario che si trovava di fronte. Ho provato anche io  a fare lo stesso mettendo tutto ciò che avevo in ogni combattimento, anche contro avversari più giovani. E’ questa la linea di condotta alla quale mi sono attenuto e che mi ha permesso di sviluppare il mio ki.

Un’altra cosa che ho sempre avuto in testa è di arrivare a sviluppare il mio carattere attraverso l’allenamento in modo di diventare un individuo che potesse contribuire al miglioramento della società. E’ il concetto esenziale dello studio del kendo. Questa tipo di concezione contribuisce a sviluppare un ki potente. Se si cerca di svilupparlo per una efficacia tecnica, giusto per vincere degli incontri il ki appassirà.

Il saggio cinese Mencius ha insegnato che bisogna sempre conservare l’attitudine ad utilizzare il ki, ma non bisogna rischiare di utilizzare la sua energia in modo sconsiderato. Se la si utilizza per cose futili, la cosa ci lascerà fisicamente spossati e mentalmente confusi. E’ la stessa cosa per il kendo. Dobbiamo essere convinti nel praticare un buon kendo e diventare eccellenti kendoka ed eccellenti persone. Per questo scopo dobbiamo essere pronti a dedicare anni allo sviluppo progressivo del nostro ki.

2. Non colpire con le tue mani, colpisci con i tuoi piedi; non colpire con i tuoi piedi, colpisci con le tue anche; non colpire con le tue anche, colpisci con il tuo cuore.

La volta in cui ho fallito il mio esame di 7° dan un sensei m’ha detto di “provare a  colpire il più pesantemente possibile con un bokuto leggero”. Anche io ero di quell’avviso, ma trovai la cosa difficile da comprendere. Non avevo compreso il significato profondo della cosa e pensavo piuttosto che fosse più interessante e produttivo colpire con un bokuto pesante come se questo fosse leggero ed è esattamente quello che feci. Dopo sei mesi passati ad allenarmi con un bokuto pesante tutto ciò che sono riuscito a fare fu di infortunarmi ad una spalla. Decisi allora di ricominciare con un bokuto leggero, ma non riuscivo ancora a comprendere lo scopo di colpire con un bokuto leggero come se questo fosse pesante.

Un’altra volta ho sentito il famoso insegnamento “Non colpire con le tue mani…”. Ho iniziato a pensarci durante i miei suburi quotidiani. Ho allora iniziato a realizzare che se colpivo col bokuto utilizzando solo le mie mani, allora lo sentivo leggero. Infatti lo sentivo più pesante quando mi concentravo e mi applicavo nel voler colpire con le anche. Alla fine iniziai a comprendere quale era il significato. Se c’era nel mio cuore anche il più piccolo elemento di confusione, poco importava quanto mi sforzassi di concentrarmi a colpire con le anche, il kensen cominciava a tremare e io sentivo il bokuto ridivenire leggero. Ho capito che colpire con un bokuto leggero come se questo fosse pesante richiede un equilibrio di corpo e spirito e che questo è legato al concetto di heijoshin (stato di spirito calmo e sereno). Se si è capaci di mantenere heijoshin, si sarà nella condizione di poter reagire adeguatamente a tutto ciò che potrà capitare. Questo mi ha insegnato il concetto fondamentale del kendo, kokoro (il cuore nel senso di “spirito”). Certamente è facile da capire, ma è necessario fare ben di più che comprendere la cosa a livello intellettuale. In altre parole è importante fare qualsiasi sforzo per verificare nella pratica e comprendere questi concetti accanto alla padronanza della tecnica.

Un altro campo in cui ho avuto particolari problemi è stato quello dei kata di kendo. Mi ricordo la volta che un sensei mi disse: “Ozuko, qualunque sia l’evento, non perdere l’occasione di mostrare i kata in pubblico con la spada”. Ho preso sul serio questo consiglio e ho sempre cercato l’occasione di fare i kata davanti agli altri. Quando ci sono i tornei i kata vengono sempre fatti prima che inizi la competizione vera e propria. Inevitabilmente l’arena è sempre piena di esperti di kendo che vi scrutano con occhi inquisitori. Non è concesso alcun errore. Ogni movimento deve essere fatto in modo corretto ed è stato proprio per il fatto di essermi cimentato in queste ardue prove che ho potuto comprendere a poco a poco l’essenza dei kata. Sono stato poi in grado di applicarlo nel mio allenamento quotidiano.

Da quando ero all’Accademia di polizia ho iniziato con Onuma Hiroshi Hanshi a visitare Sasamori Junzo sensei e ad allenarmi nella scuola tradizionale Onoha itto-ryu. Partecipando a questi allenamenti ho scoperto la sensazione di “colpire o venire colpiti” che è alla base del kendo. Scordarsi di ciò significa allontanarsi dal kendo

E’ palese quanta attenzione dobbiamo riporre nello studio dei kata, non solo nella parte degli esami dedicata ai kata, ma anche nella parte di shiai. Coloro che hanno praticato molto i kata hanno un modo di porsi molto più rilassato e naturale. Sono stato membro della commissione per la parte dedicata ai kata negli esami di 8° dan. I candidati di grado elevato devono rendere un kata vivo. Tutto è legato ai concetti di fukaku e hin’i. Eseguire i kata senza pensare alle conseguenze e alla possibilità di morire, del “colpire o essere colpiti” significa realizzare un kata morto.

La perfezione del movimento e l’aspetto tecnico sono certamente importanti, ma al fine di rendere un kata vivo c’è bisogno di vigore e realismo nel confronto, di un controllo effettivo della forza, di sae, della pulizia dei tagli, di zanshin e del respiro. Tutti questi elementi devono formare un tutt’uno in un insieme perfetto. Se sarà così, il kata prenderà vita con forza. Per questo è così importante per i più alti in grado allenarsi duramente per riuscire in questa cosa.

3. Guardare anche al di là del kendo

In questi ultimi anni c’è la tendenza a passare di grado anche in età avanzata. Il fenomeno ci mostra che il kendo è una ricerca che si può inseguire per tutta la vita. Voler continuare ad allenarsi correttamente nonostante l’età richiede un’integrità fisica. Se non vi sentite bene non vi dovete allenare. Alcuni diranno che l’allenamento guarisce gli acciacchi minori, ma vorrei mettervi in guardia contro questo approccio. Anche preoccuparsi della propria salute è un aspetto importate dell’allenamento e se non vi sentite in forma c’è sempre l’opzione del mitori-geiko che consiste nel guardare come si allenano gli altri. Mochida sensei un giorno ha detto :”Se non ci si sente bene non serve affaticarsi. E’ preferibile non allenarsi, ma guardare l’allenamento dal posto. Anche il mitori-geiko è un modo eccellente di far progredire il proprio kendo.
La ragione per cui parlo così del mitori-geiko è che una delle migliori occasioni per osservare ed apprendere dagli altri è costituita dagli esami per i passaggi di grado. Si è in grado di osservare differenti tipologie di kendo.Ci sono tante cose da apprendere.

Essere capaci di riconoscere i punti forti del kendo di qualcun altro è qualcosa di particolarmente importante. Dopo tutto chi passa l’esame, riesce nell’impresa perché le loro qualità hanno impressionato la commissione. Riuscire a cogliere le cose positive del kendo di qualcun altro e integrarle ne proprio modo di fare kendo rappresenta un fattore per un miglioramento sicuro. Sviluppare la capacità di cogliere queste cose è di per sé un modo di migliorare il proprio kendo.

Mi ricordo di un articolo interessante a proposito di coloro che presentano gli incontri di sumo. Si diceva che una voce semplicemente udibile non è sufficiente. La voce deve essere acuta. Il presentatore deve fare in modo che questi giganti salgano sul dohyo, l’area di combattimento. Penso che debba essere lo stesso per un esame di kendo. Una voce simile a quella del presentatore ideale di incontri di sumo avrebbe l’effetto di arpionare la commissione fissando la sua attenzione. Si deve essere tuttavia coscienti del il fatto che insistere troppo sul kiai può avere anche per effetto inverso trovandosi temporaneamente disorientati. Questo famoso kiai ideale che risuona e scuote le persone intorno non può essere coltivato che con duri allenamenti.

La mia voce era piuttosto minuta e circa all’età di trent’anni ho deciso di prendere lezioni di teatro noh tradizionale più per cantare che per suonare. Il canti richiede di alzare la voce a partire dal basso ventre (hara). La parte di danza mi è stata preziosa per rinforzare le mie anche e mi ha aiutato a comprendere come controllare i miei movimenti. La morale è che cimentarsi in altre attività oltre al kendo può offrire molte cose per lo sviluppo del nostro kendo.

9 thoughts on “Okuzono Kuniyoshi (9-dan hanshi)

  1. Bellissimo articolo, un grazie a Giulio che ci ha avvicinato a questo interessante pezzo.

  2. a bocca aperta…

  3. Spettacolare, grazie per lo sbattimento nel tradurlo 🙂

  4. Ragazzi, grazie per il bellissimo articolo!

    Volevo segnalarvi che c’è un altro articolo altrettanto bello che meriterebbe sicuramente una traduzione: “Pursing the spirit and modern kendo” di Morishima sensei, che sta venendo tradotto (ora siamo alla parte 3 di 5) dal giapponese all’inglese da George McCall (kenshi247.net).

    Dategli un’occhiata, è veramente interessante.
    Non sarebbe male vederlo tradotto in italiano sul vostro blog.

    Ciao e grazie ancora.

  5. Ehi Riccardo, siamo aperti a collaborazioni! Hai visto il nuovo progetto EVENTS??? 😉

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