Kendo nelle Marche

Intervista a Walter Pomero

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Ogni promessa è un debito e noi siamo qui per saldarlo 🙂

Dopo le interviste ad Angela Papaccio e Fabrizio Mandia, è la volta che del M°Walter Pomero 7°dan Renshi di Kendo e 5° dan di iaido nonchè attuale Direttore Tecnico della Nazionale, che ha gentilmente accettato il nostro invito e per il quale lo ringraziamo di cuore.

Non perdiamo tempo allora! 😉

Partiamo direttamente dagli esordi. Uno degli aspetti che più ci incuriosce nell’intervistare kendoka esperti come lei, è quello di sapere come si sono avvicinati al Kendo. Nonostante lei sia ancora giovane immaginiamo che quando ha intrapreso questa Via non c’era una diffusione così “ampia”.

Può svelarci come e quando ha conosciuto il Kendo?

In effetti nel 1985 quando ho iniziato, la diffusione del Kendo non era ancora così ampia come lo è oggi. Praticando Karate ho iniziato a frequentare una palestra ed un mese dopo l’inizio di questa altra arte marziale ci è stato proposto il Kendo grazie al M. Mauro Navilli uno dei pionieri di questa disciplina. Andando avanti nella pratica di queste due attività mi sono trovato un giorno davanti ad una scelta tra le stesse e chiaramente scelsi il Kendo che consideravo più completo per la formazione della mia persona e quindi più adatto per me.

La prima volta che l’ho vista dal vivo era in occasione dei CCII Kyu a Monza dello scorso anno durante la dimostrazione con bellissimi bimbi. Le confesso che è stato davvero emozionante. E’ stato suggestivo vedere i più esperti che si prestavano a fare da motodachi a bambini delle elementari o poco più. Uno spettacolo davvero unico! Le vorrei sottoporre una domanda riguardo l’aspetto ludico del Kendo per bambini. Qual’è la strada per coinvolgere giovani praticanti e rendere “meno pesante” la pratica quotidiana? Ed inoltre, come vede lo sviluppo fisico di un bimbo attraverso la pratica del kendo?

Il Kendo per i bambini deve essere un gioco, bisogna trovare il modo di farli divertire ma sempre all’interno del lavoro standard per far sì che nel futuro possano meglio comprendere alcune cose quando praticheranno il Kendo vero e proprio. Quindi il gioco deve sempre essere un’alternanza  ad esercizi di base per evitare che gli stessi possano pensare praticando con gli adulti di fare qualcosa di diverso. Per quel che riguarda lo sviluppo fisico di un bambino attraverso la pratica del Kendo, direi che ogni attività fisica è utile al nostro e quindi anche al loro corpo, se praticata bene e con regolarità.

Tralasciando l’espressione dello spirito con il kiai, che è già di per sé un bell’ostacolo per chi non conosce il messaggio che il Kendo vuole dare, non crede che la postura e l’asimmetria del corpo nel praticare questa bellissima arte possa in qualche modo essere un deterrente per tutti quei genitori che devono aiutare (e non imporre) a scegliere uno sport per i propri figli?

I genitori di norma sono portati a far fare ai figli qualcosa che loro stessi conoscono o hanno provato in qualche modo o ancora stanno facendo. Mi riaggancio alla risposta di prima, se per i bambini il Kendo è un gioco ed attraverso il gioco si lavora sulla postura del corpo allora il genitore vedendo il figlio divertirsi non penso avrà nulla da obiettare se si lavora in questo senso. L’insegnante fa la differenza nel trasmettere il tutto ai bambini ed ai genitori.

Praticando ed osservando grandi Maestri di Kendo ho sempre pensato che la parte agonistica, accanto a quella di keiko e kata, fosse fondamentale per coltivare un certo tipo d’atteggiamento e di spirito.
Tempo fa avevamo trattato con animo critico, ma soprattutto curioso questo tema; desideravamo capire come mai in shiai, il Kendo che con tanto sforzo studiamo assieme a voi istruttori, andasse a volte in secondo piano per lasciar spazio a tecniche “poco ortodosse”.
Vorremmo una sua opinione sull’argomento. Il suo stesso “curriculum” recita un palmares davvero consistente coronato dal suo attuale ruolo di direttore tecnico della nazionale italiana. Secondo lei come vanno intrepretate le gare?

Nel momento in cui si parla di competizione le opinioni al riguardo sono varie. La mia è che innanzitutto per una gara bisogna che esista un avversario, che esista fisicamente e che sia reale, non immaginario. Il Kendo ha la fortuna e la difficoltà quindi, di essere praticato sempre con almeno un’altra persona. Interagire con gli altri è sempre difficile, già lo è a parole e quindi figuriamoci quando siamo di fronte a qualcuno con cui siamo obbligati ad avere uno scambio, bardati di Armatura e brandendo uno Shinai. Nessuno penso riesca a fare al 100% in uno Shiai quello che è capace di fare nel Kihon proprio per questo motivo. Più facile sarebbe una Competizione di Kata dove ci si troverebbe di fronte unicamente a se stessi, non dico sia facile fare ciò ma sicuramente nel Kendo oltre a trovarsi di fronte al proprio io ci si trova di fronte ad un avversario reale che non fa quello che vuoi tu, che potrebbe sì muoversi in un certo modo ma potrebbe farlo anche in un altro…

Una delle caratteristiche più evidenti del suo stile nel praticare il Kendo è la guardia jodan. Abbiamo avuto modo di conoscere il M°Chiba che a detta di molti è uno dei più grandi in circolazione. Leggendo l’intervista riportata su A.R.K. il Maestro diceva che era stato spinto ad adottare questo tipo di guardia. E’ stato lo stesso anche per lei? Quando ha capito che era il modo a lei più congeniale per esprimersi nel Kendo?

Dopo cinque anni che praticavo Kendo ero arrivato ad uno stallo, non ero più sicuro di avere la voglia di continuare, non mi ricordo neppure bene il motivo di questo stato ma era così. Mi sono ricordato allora di alcuni Seminari dove avevo visto un paio di Maestri praticare con questa guardia e quindi ho deciso di provare, la cosa mi ha entusiasmato e quindi ho continuato la pratica del Kendo sviluppando la conoscenza di questo tipo di Guardia. Tutto qui, ho capito che per me era più congeniale perché mi ha fatto continuare.

Inoltre, molti reputano questo kamae una sorta di mancanza di rispetto per il compagno di pratica. Cosa ne pensa? Ipotizza uno studio di questa guardia sin dai primi passi oppure suggerisce di adottarla solo ad uno stadio avanzato?

D’accordissimo. Chi lavora con questa guardia normalmente si considera superiore alla persona che è di fronte e questa in effetti è una mancanza di rispetto anche se è l’unico modo di porsi a mio parere per fare Kendo in Jodan, guardia unicamente di attacco e mai di difesa, l’aspetto psicologico è importantissimo. Per lo studio di questa guardia bisogna almeno aver fatto, fatto bene, 3 o 4 anni Kendo dopo aver impostato il lavoro di base, il movimento del corpo deve essere quasi perfetto altrimenti lavorando principalmente con un braccio solo, ad esempio si è soggetti ad epicondiliti nel migliore dei casi ed anche le ginocchia, cambiando l’impatto con il terreno vengono maggiormente sollecitate.

Cerchiamo ora di scorrere velocemente la sua la sua vita da kendoka. Spesso sentiamo dire da Maestri che col passare della pratica si aprono “nuove finestre” e sicuramente il punto di vista rispetto al Kendo cambia inevitabilmente. Come ed in cosa ha visto mutare il suo approccio al Kendo e che cosa le stando ora a differenza del passato?

Sotto questo aspetto non posso dirvi un granché, faccio Kendo e lo intendo e mi muovo come e quando ho iniziato, forse questo è proprio il mio limite. Non cerco nulla di più che essere felice mentre pratico, questo succede e quindi sono soddisfatto. Sono come un bambino che ha chiaramente tutti i suoi limiti ma che quando ha il suo giocattolo preferito è sempre contento.

Credits | Luca Navaglia

Da circa 2 anni lei ricopre il ruolo di Direttore Tecnico della Nazionale, e crediamo che a fronte dei risultati ottenuti si sarà tolto sicuramente moltissime soddisfazioni.
Le competizioni sono sicuramente una, se non la più importante, occasione per mostrare il livello del Kendo italiano, quindi c’è da pensare che le scelte che fa sulle convocazioni hanno una valenza non solo strettamente agonistica. Giusto?
Quali sono quindi i parametri che un Direttore Tecnico di una nazionale come Lei prende in considerazione per definire se un atleta può essere pronto ad’indossare lo Zekken “ITALY”?

Le competizioni sono sicuramente uno dei modi migliori per farci meglio conoscere all’esterno dell’Italia ma anche la presentazione di una Federazione solida come è la C.I.K. aiuta non poco, anzi penso che più solida sia la posizione federale del paese dove si pratica, più solida è la posizione e soprattutto più tranquilla è la posizione della Nazionale. Per essere selezionati non basta essere dei bravi atleti, sicuramente questo è il parametro iniziale ma poi ne subentrano degli altri. Quali sono gli altri? Questa è una risposta che tutti quanti noi conosciamo o che dovremmo conoscere. Non dico che molto c’è scritto sui principi fondamentali del Kendo, ma sicuramente un buon agonista deve riconoscere che se è arrivato a certi risultati è anche merito delle altre persone che con lui hanno praticato negli anni tanto per iniziare…

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Autore: Ikendenshin - Kendo Pesaro

Scuola di Kendo a Pesaro (Pesaro Urbino) - www.kendopesaro.it

7 thoughts on “Intervista a Walter Pomero

  1. grande walt!

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