Kendo nelle Marche

Sumi Masatake – «se vuoi attaccare, vieni pure quando vuoi!»

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Riporto un articolo pubblicato sul Numero 18 di KI del Giugno 2007 in cui il Maestro Sumi Masatake dopo la sconfitta del Giappone ai Campionati Mondiali del 2006, chiarisce senza mezzi termini la situazione del kendo giapponese di quel periodo (chissà che non sia ancora così?). Sono parole profonde di cui è difficile capire a pieno la portata, ma che nel nostro piccolo possono guidarci nella pratica di tutti i giorni.

Kendo Nihon marzo 2007

Il kendo giapponese che è stato studiato fino in fondo

di Sumi Masatake

Sumi Masatake è stato allenatore della nazionale femminile giapponese all’undicesima edizione dei campionati mondiali. Ottavo dan hanshi. Professore dell’Università di Fukuoka. Nell’ottobre dell’anno scorso ha pubblicato per il Nihon Budôkan il libro «Il kendô che fa crescere la persona» Detto in tutta franchezza, ripensando alle precedenti edizioni dei campionati del mondo di kendô, ero convinto che quella di quest’anno sarebbe stata la più rischiosa. Più passavano i giorni e si avvicinava l’inzio dei campionati, più mi giungevano varie notizie e via via l’impressione si rafforzava, considerando che l’atleta Satô non avrebbe potuto partecipare e osservando la forza degli altri atleti e la condizione con cui si presentavano le altre nazioni. Per quanto riguarda la sconfitta della squadra giapponese avvenuta quest’anno, dunque, più dello stupore per il fatto che il Giappone abbia perso tanto presto, è stata forte in me l’impressione che il tempo che doveva arrivare sia arrivato. Io ho partecipato come allenatore della squadra femminile all’undicesima edizione dei campionati nel 2000 a Santa Clara. Già allora ebbi coscienza che in particolare la Corea si faceva sempre più vicina, ma la solidità della squadra giapponese di allora era superiore e mi dava un senso di sicurezza per cui sentivo che non sarebbe stata sconfitta.

Dopo di allora non ho più partecipato ai campionati come membro dello staff giapponese, ma ad ogni modo osservando i risultati di Santa Clara e di Glasgow è diventato chiaro che tutti gli altri paesi si stavano approssimando al Giappone. C’è stato chi mi si è avvicinato e mi ha detto: «Se schierassimo ai campionati del mondo cinque maestri di quelli passati ottavi dan a 46 anni, non avremmo rivali». Efficacia e potenziale offensivo, esatta lettura della situazione, spirito imperturbabile. A simili maestri mancherebbe soltanto l’esperienza di gareggiare con atleti di livello inferiore e a riprese di cinque minuti alla volta. Mi diceva così e io dentro di me pensavo che forse aveva ragione. Ho l’impressione che quanto alla sconfitta subita dagli Stati Uniti in questa edizione dei campionati, in gran parte si sia trattato di una sconfitta a livello di spirito, di kigamae. Non si è percepita quell’attitudine e prontezza nei confronti dell’avversario per cui «se vuoi attaccare, vieni pure quando vuoi!», quanto piuttosto ha finito per prevalere lo stato d’animo di dover vincere a tutti i costi.

Se si perde pur essendoci una netta differenza di quantità di keiko e carriera agonistica, allora il fattore determinante non può che essere quello. Il kendô è budô, non si tratta né di sviluppare delle tecniche come nello sport né si accompagna a movimenti impetuosi o violenti. Ciò che nel kendô deve essere allenato è kokoro. Per questo si impone il compito di riflettere su che cosa le altre nazioni stiano studiando del Giappone. Inoltre ci si deve chiedere se la squadra giapponese o lo staff che la segue comprendano a sufficienza in che modo gli altri stiano studiando il Giappone. Il Giappone ha selezionato gli atleti migliori del momento. Ma riguardo al concetto di «migliore» ho l’impressione che al Giappone sia mancata la scala di valori corretta per decidere chi davvero siano gli atleti migliori.

Più volte in questi ultimi anni ho arbitrato i campionati giapponesi di kendô e il fatto che in Giappone in questo momento gli atleti in grado di trasmettere a chi li guarda una reale sensazione di «potenza kendistica» siano via via diminuiti, mi fa provare una sensazione di apprensione e preoccupazione. Combattimenti in cui non si riesce a determinare la vittoria, in cui non si permette di colpire, in altri termini non un kendo in cui si vince colpendo, ma in cui nessuno viene colpito e alla fine uno dei due in qualche modo vince: un simile kendo in questo momento si sta diffondendo in Giappone. Gli altri paesi hanno la percezione che il Giappone sia il centro del kendô. In molti paesi in cui scarseggiano gli insegnanti e in cui non è possibile ricevere un insegnamento particolareggiato, i video dei campionati di kendô giapponesi diventano il miglior maestro. Così si impara il kendô imitando gli atleti giapponesi che sono considerati i più forti, innanzitutto quelli che partecipano ai campionati nazionali.

Eppure non si può pensare che la qualità kendistica delle altre nazioni migliorerà molto se si prenderà a modello il Giappone nelle condizioni in cui si trova adesso. Ma allora chi può arginare questa tendenza? Chi può risolvere uno stato d’animo per cui gli atleti non possono che fare come fanno, hanno paura di non vincere e non essere scelti come membri della nazionale? Penso che il Giappone in conseguenza di questa sconfitta si trovi posto di fronte ad un bivio. Da un lato infatti ci si può impegnare al massimo in un kendô come quello attuale, come stanno facendo in particolare Corea e Stati Uniti, ma anche le nazioni europee che stanno facendo crescere i loro atleti. Oppure si può tentare una svolta netta nel senso della qualità del kendo. Quello che io personalmente auspicherei è che si tornasse ad un tipo di kendô in cui si prevale con il ki, si elimina tutto ciò che è inutile e si colpisce senza lasciarsi sfuggire il momento in cui sta iniziando o si è esaurita un’azione. Vorrei che si facesse questo tipo di studio, di educazione. Certo non è facile. Però se si continuerà a raffinare un kendô come quello fino ad adesso, la differenza con le altre nazioni verrà sempre più assottigliandosi in competizioni come i campionati del mondo in cui si tratta semplicemente di colpire, di fare punto.

Un simile salto di qualità non può essere qualcosa che riguarda solo gli atleti scelti per i campionati. Si tratta invece che tutto il mondo del kendô giapponese si sforzi in questa direzione, se davvero è venuto il momento in cui si può comprendere un datotsu che rispetta riai. E questo avrà come conseguenza anche di guidare le altre nazioni ad un kendô corretto.

Nel combattimento con gli Stati Uniti la supremazia kendistica del Giappone non si è vista per nulla. Il Giappone doveva perdere e ha perso. Ma non si può dire che questa sconfitta sia da ascrivere agli atleti o che sia stata responsabilità dei selezionatori o degli allenatori. Credo che invece sia necessario riconoscere lo stato di cose come un compito assegnato a tutto il mondo del kendô giapponese.

KI – Kendo iaido..on Line Numero 18 – Giugno 2007

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3 thoughts on “Sumi Masatake – «se vuoi attaccare, vieni pure quando vuoi!»

  1. Credo che questo tipo di riflssione debba essere fatta a livello mondiale, o meglio. La Federazione Internazionalde deve dettare la via.

  2. Sono volutamemtentornato a leggere quest’articolo dopo la lezione con il nostro M°Bellisai e rivedo molto di quello che ci ha detto…

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