Kendo nelle Marche

Riflessioni sugli esami di Sportilia 2009 di Paolo Grosso

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Riflessioni sugli esami di Sportilia 2009
Già nei seminari di preparazione, sia di Kendo che di Iaido, si nota una nota diversa, una
severità maggiore del solito nell’insegnamento dei Maestri.
Poi la domenica mattina arrivano gli esiti degli esami di Iaido: selezione durissima tra gli
alti gradi.
Al pomeriggio, all’affissione di quelli di Kendo, si scopre che il metro di giudizio è sempre
quello…
Si cerca di capire, di trovare una chiave di lettura almeno per confronto con i pochi
promossi, ma in alcune categorie, là dove dovrebbero esserci dei numeri scritti sul foglio
affisso alla parete, c’è la terribile parola “Nessuno”, che stronca di netto la possibilità di
paragoni ed eventuali invidie.
E così, tra le molte facce deluse e le poche, tra il felice e l’ancora incredulo, che
prendono il bokken per il Nihon Kendo Kata, resta l’amarezza e il dubbio.
Ho cercato di mettere in fila i “segnali premonitori”, gli esiti finali e, soprattutto sulla
base della mia esperienza di pratica e delle mie personali sensazioni, ho provato a dare
una mia interpretazione al tutto.
Ho dato diversi esami a Bruxelles, in occasione dei seminari EKF. In una di queste,
diversi anni fa, aspettando il mio turno improvvisamente mi sono reso conto
dell’espressione dei visi di chi mi circondava (che poi doveva essere anche la mia): erano
facce da condannati a morte. Ho pensato: non è per questo che siamo qui, non è questo
che stiamo cercando.
Da lì è partito un processo di “smitizzazione” degli esami: bisogna mettercela tutta, ma
bisogna anche liberarsi dal meccanismo “successo” o “insuccesso”, che secondo me ha
ben poco a che vedere con il percorso di crescita individuale. L’odiosa espressione “sei
un perdente”, tanto in voga nel frasario d’oltreoceano, qui non deve trovare spazio:
nessuno è un perdente.
Però, come dice il nostro amico Alfonso: “Hablando es fàcil”, come si fa a smitizzare, a
non mettere in gioco il proprio ego in un esame?
Con me ha funzionato il sistema di prendere un esame quasi come una festa, in ogni
caso una cerimonia di cui noi siamo gli ospiti d’onore. Cosa che in effetti è: commissari,
tachiai, kiroku, la segreteria, tutta l’organizzazione di supporto, sono tutti quanti lì a
perdere il loro tempo dedicandosi totalmente a noi.
Poi, si ritrovano gli amici e compagni di pratica con cui, nel tempo, si è stabilito un
profondo rapporto di rispetto e stima; e il trovarsi tutti nella stessa barca (in tempesta)
contribuisce non poco a cementare i rapporti.
Domenica mattina, per esempio, grazie alla generosità di Stefano ci siamo trovati nella
palestra secondaria a fare un breve allenamento tra noi, e l’atmosfera di collaborazione,
KI – Kendo iaido..on Line Numero 26 – Marzo 2009
KI 26 – Riflessioni sugli esami di Sportilia di P. Grosso Pag. 2/3
di voglia di aiutarsi a vicenda, pur con la voglia personale di riuscire, è stata veramente
straordinaria.
E durante l’attesa per l’esame per me quella sensazione è perdurata; ovviamente,
quando si avvicina il momento di entrare nell’area l’ansia inevitabilmente cerca di
prendere il sopravvento, ma poi una volta di fronte all’avversario si ritrova subito
l’equilibrio e la determinazione: costruire il kamae nella massima concentrazione,
chiudere gli accessi, inquadrare nel mirino, colpire, e sapere che l’altro sta cercando con
tutte le sue forze di fare lo stesso con te: roba da farsi drizzare i capelli in testa, se non
ci fosse il tenugui a tenerli giù… Però questo è il bello, cercare di realizzare il massimo di
sé comprimendo in 20 secondi, forse meno, anni di pratica, per poi farli esplodere:
fantastico! E quando mai capita nella vita un’occasione del genere, se non agli esami?
E una volta finito gettare tutto alle spalle: se quello che ho dato era il mio massimo di
quel momento, va bene così.
Quello che conta non è tanto arrivare in cima alla montagna, ma salendo godersi ogni
tanto il panorama e raccogliere i tesori lungo il sentiero che infallibilmente si trovano.
Venerdì, all’apertura del seminario, Fujii sensei ha esordito con una straordinaria lezione
verbale sul kokorogamae: ogni momento della pratica deve essere affrontato con vero e
completo impegno, per raggiungere la pace nel mondo; ci sono molti sport, ma il Kendo
è diverso perché contempla una dura pratica con l’obiettivo del raggiungimento della
pace nel mondo.
Ora, non conoscendo la guerra non posso neanche parlare con vera cognizione di causa
della pace, ma per quanto posso comprendere al mio livello, quell’intenso senso di
comunione con i compagni di pratica raggiunto durante gli esami va proprio nel senso di
costruire questa “pace nel mondo”.
Poi, circa l’esito:
Si pratica, si scambiano esperienze, e ad un certo punto si dà un esame; ma le variabili
che, in una manciata di secondi, possono giocare a favore o contro, sono così numerose
che è veramente difficile capire, per noi candidati, cosa ti ha fatto passare e cosa no.
Chiedere ai commissari, cosa sempre consigliabile, è di aiuto ma difficilmente si riesce
davvero a capire il suggerimento che ci viene dato.
La mia precisa impressione è che provare un esame e non passarlo è come trovarsi a
dare spallate ad una porta chiusa: il sistema per aprirla sicuramente esiste: uno ti dice di
fare in un modo, l’altro nell’altro, ma niente da fare. Però, a forza di dare spallate,
provando e riprovando, alla fine a porta si apre da sola. E per questo non c’è una
spiegazione razionale: semplicemente la pratica accumulata nel dubbio, negli
KI – Kendo iaido..on Line Numero 26 – Marzo 2009
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scoraggiamenti, nelle piccole illuminazioni, crea ad un certo punto le condizioni per
raggiungere quel livello e passare.
Cercare di capire razionalmente perché non si è passati è, nella maggior parte dei casi,
un esercizio inutile e frustrante.
Il punto cruciale è semplicemente andare sempre avanti senza smettere di cercare, e
non per forza in un’unica direzione.
Chi arriva(magari il giorno stesso dell’esame), viene promosso e se ne va, ottiene zero
dal punto di vista della propria crescita personale, ma in compenso riceve una bella
spinta al proprio ego.
Io ho avuto la fortuna di passare diversi esami al primo colpo però, se devo essere
sincero, la mia pratica tale era prima dell’esame e tale è rimasta dopo; mentre invece ho
visto chiaramente un concreto, sostanziale miglioramento in chi sta cercando da tempo
di passare.
Un settimo dan europeo, che personalmente ritengo uno dei più validi in Europa, se non
il più valido, mi disse una volta con evidente soddisfazione: “In Giappone ho preso il
settimo dan al primo tentativo”. Ho pensato “Bravo”, ma poi “Però, proprio perché me
l’hai detto, forse a te avrebbe fatto bene provarlo qualche volta in più, quell’esame”…
Per finire, sulla severità dei Maestri.
Al termine degli esami di Kendo (non ho assistito a quelli di Iaido), ancora Fujii sensei ha
fatto un lungo discorso ai candidati. Ha parlato con grande gentilezza di kikentai, di suki,
di tamè… concetti già sentiti molte volte, ma che a caldo dopo una sonora bocciatura
hanno più probabilità di entrare nel cuore di ascolta per essere meditati con più
attenzione.
Ma quello che mi ha colpito è che alla fine, invece di fare dei rimproveri per il livello
scadente (come a noi sarebbe sembrato logico dopo la “strage”), per due volte il Maestro
ha fatto un grande maru con le braccia. Io ho avuto la forte impressione che abbia
voluto dire: come individui e come Federazione ora siete maturi per essere giudicati non
più con tollerante benevolenza, come i bambini, ma al pari nostro, quindi severamente.
Quindi, mettetecela tutta come avete fatto oggi, resistete, tenete duro: rispettiamo il
vostro impegno.
Ora tocca a noi, con grande coraggio e apertura di cuore, meritare questo rispetto e, con
il sorriso ma anche con fermezza, non mollare.

è stata pubblicata sull’ultimo numero della rivista online Ki della CIK questa interessante riflessione sull’esito degli esami di Sportilia 2009. Vera lezione di kendo.

Già nei seminari di preparazione, sia di Kendo che di Iaido, si nota una nota diversa, una severità maggiore del solito nell’insegnamento dei Maestri. Poi la domenica mattina arrivano gli esiti degli esami di Iaido: selezione durissima tra gli alti gradi. Al pomeriggio, all’affissione di quelli di Kendo, si scopre che il metro di giudizio è sempre quello… Si cerca di capire, di trovare una chiave di lettura almeno per confronto con i pochi promossi, ma in alcune categorie, là dove dovrebbero esserci dei numeri scritti sul foglio affisso alla parete, c’è la terribile parola “Nessuno”, che stronca di netto la possibilità di paragoni ed eventuali invidie. E così, tra le molte facce deluse e le poche, tra il felice e l’ancora incredulo, che prendono il bokken per il Nihon Kendo Kata, resta l’amarezza e il dubbio. Ho cercato di mettere in fila i “segnali premonitori”, gli esiti finali e, soprattutto sulla base della mia esperienza di pratica e delle mie personali sensazioni, ho provato a dare una mia interpretazione al tutto. Ho dato diversi esami a Bruxelles, in occasione dei seminari EKF. In una di queste, diversi anni fa, aspettando il mio turno improvvisamente mi sono reso conto dell’espressione dei visi di chi mi circondava (che poi doveva essere anche la mia): erano facce da condannati a morte. Ho pensato: non è per questo che siamo qui, non è questo che stiamo cercando. Da lì è partito un processo di “smitizzazione” degli esami: bisogna mettercela tutta, ma bisogna anche liberarsi dal meccanismo “successo” o “insuccesso”, che secondo me ha ben poco a che vedere con il percorso di crescita individuale. L’odiosa espressione “sei un perdente”, tanto in voga nel frasario d’oltreoceano, qui non deve trovare spazio: nessuno è un perdente. Però, come dice il nostro amico Alfonso: “Hablando es fàcil”, come si fa a smitizzare, a non mettere in gioco il proprio ego in un esame? Con me ha funzionato il sistema di prendere un esame quasi come una festa, in ogni caso una cerimonia di cui noi siamo gli ospiti d’onore. Cosa che in effetti è: commissari, tachiai, kiroku, la segreteria, tutta l’organizzazione di supporto, sono tutti quanti lì a perdere il loro tempo dedicandosi totalmente a noi. Poi, si ritrovano gli amici e compagni di pratica con cui, nel tempo, si è stabilito un profondo rapporto di rispetto e stima; e il trovarsi tutti nella stessa barca (in tempesta) contribuisce non poco a cementare i rapporti. Domenica mattina, per esempio, grazie alla generosità di Stefano ci siamo trovati nella palestra secondaria a fare un breve allenamento tra noi, e l’atmosfera di collaborazione, di voglia di aiutarsi a vicenda, pur con la voglia personale di riuscire, è stata veramente straordinaria. E durante l’attesa per l’esame per me quella sensazione è perdurata; ovviamente, quando si avvicina il momento di entrare nell’area l’ansia inevitabilmente cerca di prendere il sopravvento, ma poi una volta di fronte all’avversario si ritrova subito l’equilibrio e la determinazione: costruire il kamae nella massima concentrazione, chiudere gli accessi, inquadrare nel mirino, colpire, e sapere che l’altro sta cercando con tutte le sue forze di fare lo stesso con te: roba da farsi drizzare i capelli in testa, se non ci fosse il tenugui a tenerli giù… Però questo è il bello, cercare di realizzare il massimo di sé comprimendo in 20 secondi, forse meno, anni di pratica, per poi farli esplodere: fantastico! E quando mai capita nella vita un’occasione del genere, se non agli esami? E una volta finito gettare tutto alle spalle: se quello che ho dato era il mio massimo di quel momento, va bene così. Quello che conta non è tanto arrivare in cima alla montagna, ma salendo godersi ogni tanto il panorama e raccogliere i tesori lungo il sentiero che infallibilmente si trovano. Venerdì, all’apertura del seminario, Fujii sensei ha esordito con una straordinaria lezione verbale sul kokorogamae: ogni momento della pratica deve essere affrontato con vero e completo impegno, per raggiungere la pace nel mondo; ci sono molti sport, ma il Kendo è diverso perché contempla una dura pratica con l’obiettivo del raggiungimento della pace nel mondo. Ora, non conoscendo la guerra non posso neanche parlare con vera cognizione di causa della pace, ma per quanto posso comprendere al mio livello, quell’intenso senso di comunione con i compagni di pratica raggiunto durante gli esami va proprio nel senso di costruire questa “pace nel mondo”. Poi, circa l’esito: si pratica, si scambiano esperienze, e ad un certo punto si dà un esame; ma le variabili che, in una manciata di secondi, possono giocare a favore o contro, sono così numerose che è veramente difficile capire, per noi candidati, cosa ti ha fatto passare e cosa no. Chiedere ai commissari, cosa sempre consigliabile, è di aiuto ma difficilmente si riesce davvero a capire il suggerimento che ci viene dato. La mia precisa impressione è che provare un esame e non passarlo è come trovarsi a dare spallate ad una porta chiusa: il sistema per aprirla sicuramente esiste: uno ti dice di fare in un modo, l’altro nell’altro, ma niente da fare. Però, a forza di dare spallate, provando e riprovando, alla fine a porta si apre da sola. E per questo non c’è una spiegazione razionale: semplicemente la pratica accumulata nel dubbio, negli scoraggiamenti, nelle piccole illuminazioni, crea ad un certo punto le condizioni per raggiungere quel livello e passare. Cercare di capire razionalmente perché non si è passati è, nella maggior parte dei casi, un esercizio inutile e frustrante. Il punto cruciale è semplicemente andare sempre avanti senza smettere di cercare, e non per forza in un’unica direzione. Chi arriva(magari il giorno stesso dell’esame), viene promosso e se ne va, ottiene zero dal punto di vista della propria crescita personale, ma in compenso riceve una bella spinta al proprio ego. Io ho avuto la fortuna di passare diversi esami al primo colpo però, se devo essere sincero, la mia pratica tale era prima dell’esame e tale è rimasta dopo; mentre invece ho visto chiaramente un concreto, sostanziale miglioramento in chi sta cercando da tempo di passare. Un settimo dan europeo, che personalmente ritengo uno dei più validi in Europa, se non il più valido, mi disse una volta con evidente soddisfazione: “In Giappone ho preso il settimo dan al primo tentativo”. Ho pensato “Bravo”, ma poi “Però, proprio perché me l’hai detto, forse a te avrebbe fatto bene provarlo qualche volta in più, quell’esame”… Per finire, sulla severità dei Maestri. Al termine degli esami di Kendo (non ho assistito a quelli di Iaido), ancora Fujii sensei ha fatto un lungo discorso ai candidati. Ha parlato con grande gentilezza di kikentai, di suki, di tamè… concetti già sentiti molte volte, ma che a caldo dopo una sonora bocciatura hanno più probabilità di entrare nel cuore di ascolta per essere meditati con più attenzione. Ma quello che mi ha colpito è che alla fine, invece di fare dei rimproveri per il livello scadente (come a noi sarebbe sembrato logico dopo la “strage”), per due volte il Maestro ha fatto un grande maru con le braccia. Io ho avuto la forte impressione che abbia voluto dire: come individui e come Federazione ora siete maturi per essere giudicati non più con tollerante benevolenza, come i bambini, ma al pari nostro, quindi severamente. Quindi, mettetecela tutta come avete fatto oggi, resistete, tenete duro: rispettiamo il vostro impegno. Ora tocca a noi, con grande coraggio e apertura di cuore, meritare questo rispetto e, con il sorriso ma anche con fermezza, non mollare.

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7 thoughts on “Riflessioni sugli esami di Sportilia 2009 di Paolo Grosso

  1. Guardate anche l’Editoriale della rivista!!! vedete qualcuno che conoscete?? 🙂

    • Quella è stata la giornata in cui mi sono sentito più kendoka da quando ho iniziato la pratica. ed il bello è che ero ad assistere, mi sentivo quasi membro di una famiglia allargata…

  2. Ciao,
    concordo perfettamente con tutti i punti toccati nel bellissimo articolo sugli esami di P. Grosso. Io sono stata bocciata ad aprile a Lucca, all’esame da primo dan. Ci sono andata con presunzione, la mia era solo ricerca di un riscatto personale in un momento particolarmente tormentato della mia vita, e questo si e’ visto tutto…ora mi sto allenando per tentare di nuovo a Roma, a novembre, ma la consapevolezza e’ quella di non cercare a tutti i costi la promozione, ma impegnarmi al massimo, poi si vedra’…quel giorno ebbi modo, dopo la bocciatura, di parlare a lungo con Angela Papaccio ed ho scoperto molte piu’ cose parlando con lei, sul mondo del kendo in generale, per cui sono tornata a Roma comunque con un bel bottino! cerchiamo di impegnarci ed apprezzare meglio i nostri sforzi…i risultati arriveranno!

    • le sconfitte nel kendo così some nella vita permettono di crescere più delle vittorie se sfruttate a dovere 😉
      Per questo è fondamentale condividere le proprie esperienze con altri proprio come Angela Papaccio ha fatto con te a Roma e come tu stai facendo adesso con noi. Grazie!! e facci sapere come sarà andato l’esame!

  3. Pingback: Esami Sportilia 2009 « Kendo nelle Marche

  4. Teresa, forse ci si vede a Roma 😉

    Riguardo l’articolo vale sempre e comunque il concetto del dare sempre tutto senza preoccuparsi del resto.

    Molto bella la metafora “Quello che conta non è tanto arrivare in cima alla montagna, ma salendo godersi ogni tanto il panorama e raccogliere i tesori lungo il sentiero che infallibilmente si trovano.”

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